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Il Futuro dei Giovani.

Da qualche anno, sebbene non rientri nelle mie specifiche attività professionali, mi sto occupando di formazione ai giovani. Lo faccio tramite un'associazione no profit che si chiama Happiness, che ho creato per portare avanti il progetto "Happy Academy", l'Accademia Felice in cui i ragazzi dai 18 ai 25 anni possono formarsi gratuitamente, grazie alle donazioni di molti Imprenditori Sovversivi.

L'idea, semplice ma molto apprezzata, è stata questa:
Ci sono centinaia di aziende sane, alla disperata ricerca di ragazzi in gamba e già pronti per supportare il titolare. Parliamo di piccole e medie imprese, quindi non cercano né il manager che arriva dalla Bocconi con 3 master (e zero esperienza), né possono permettersi il lusso di assumere il ragazzo tutta buona volontà ma totalmente da formare all'interno.
Dall'altra parte abbiamo migliaia di ragazzi che vorrebbero crescere professionalmente e lavorare, ma sanno perfettamente che la scuola tradizionale non trasferirà loro le competenze che richiede il mercato. Quindi sono incastrati psicologicamente in una situazione frustrante, perché si rendono conto che ogni scelta che faranno li porterà ad un vicolo cieco.
Perché quindi non unire queste due esigenze, ed impostare un percorso che porti ad acquisire quelle competenze che gli imprenditori vorrebbero e non trovano, dal momento che la scuola non è in grado di trasferirle?

Tre anni fa ho provato a portare il progetto di Happy Academy all'interno delle scuole. Con risultati davvero raccapriccianti.
L'apice di questa esperienza lo condenso in un episodio vissuto all'interno di un liceo, dove un preside, apparentemente disponibile, mi ha dato l'opportunità di tenere quello che doveva essere un incontro introduttivo a tutte le quinte dell'istituto. Al termine dell'incontro gli oltre cento ragazzi erano letteralmente entusiasti del progetto, così come buona parte dei docenti presenti. Ero quindi convinto che il preside avrebbe confermato il progetto (una serie di appuntamenti legati allo sviluppo di competenze relazionali). Ma con mia sorpresa a fine incontro la sua frase è stata: "Non ritengo sia il caso di continuare. Sa, lei con queste informazioni potrebbe rendere consapevoli i matti di stare all'interno di un manicomio. Questo renderebbe poi problematico il nostro lavoro di tutti i giorni".
Ecco, siamo messi così. Con le istituzioni scolastiche più concentrate a non far capire ai ragazzi di essere stati messi in un manicomio, piuttosto che focalizzate sul renderli responsabili della loro vita e del loro futuro.


Come si gestisce un'azienda?

Quando mi trovo a parlare con gli imprenditori, inevitabilmente ad un certo punto scatta la domanda da un milione di dollari: "Ma come si fa, oggi, a gestire davvero bene un'azienda?".
Ovviamente ci sarebbe da parlare di questo argomento per giorni, ma voglio raccogliere questa difficile sfida di sintetizzare, in un solo post, quali sono tutti gli ingredienti per rendere eccellente e redditizia un'impresa.
Ovviamente con il mio stile, ovvero dritti al punto, senza tanti fronzoli inutili.

Siete pronti? Ok, partiamo!

#1. Decidi dove vuoi portare la tua azienda.
Se non sei il solo a decidere convoca gli altri tuoi soci, prendetevi un giorno di vacanza e rispondetevi in maniera chiara e dettagliata.
Questo non significa stabilire solo una Mission, tipo "voglio essere l'azienda del settore X riconosciuta come la più innovativa nel territorio", ma comporta una serie di decisioni su molti altri fattori, quali il posizionamento dell'azienda (lusso, prezzo basso o via di mezzo?), gli standard qualitativi da perseguire, la ricerca e sviluppo, la formazione del personale, l'approccio ai clienti etc. (tra poco li approfondiremo). In poche parole devi stabilire una Strategia Aziendale, sotto forma di modello di business, che faccia da guida a te e a tutti i tuoi collaboratori nel breve, medio e lungo periodo.
Questo, ad esempio, è un modello di business che aiuta a definire una Strategia:



Questo è quello che ho creato e che uso io, ma non è l'unico. L'importante è averne uno, chiaro, concreto, condiviso da tutti i soci e possibilmente anche dai responsabili intermedi. Vi aiuterà a tenere ben salda la rotta verso quello che volete raggiungere, o a cambiarla in maniera veloce e consapevole se quella precedente non va più bene.


Perché la Sardegna affonda?

C’è una regola inviolabile nel business, che più o meno dice così: se gli affari ti vanno male, la responsabilità è unicamente tua.
La prova di questa affermazione è data dal fatto che a parità di condizioni fiscali, location geografica e mercato economico c’è sempre qualcuno che fallisce e qualcuno che prospera.
Partendo da tale presupposto si possono fare tutte le considerazioni che seguono, e che riguardano in particolari modo la mia terra d’origine, ovvero l’amata Sardegna.
Lo scorso anno, in un impeto chiaramente masochista, ho voluto cambiare la meta delle vacanze estive, optando per l’isola che sta sopra (geograficamente) la nostra, ovvero la Corsica.
Tutti parlavano di questo posto come un vero paradiso, tale da giustificare la scelta, più che legittima, di dare i nostri soldi ad un’altra Nazione, pur avendo noi 7.458 km di coste.
Ebbene, sono partito carico di aspettative e devo dire che in effetti, a livello paesaggistico, è sicuramente molto bella. Ma quello che hanno davvero in più rispetto alla Sardegna (e a tante altre località italiane) è la capacità di valorizzare tutto, anche quando la sostanza è ben poca.
Due esempi su tutti:
La tanto pubblicizzata “Strada degli Artigiani” in zona Balagne. Mi ha incuriosito così tanto da aver rinunciato ad un pomeriggio di mare, pur di andarla a visitare. Per poi scoprire che si trattava di 3 negozietti di costosissimi gadget. Oppure un’anonima piazzetta a Portovecchio, trasformata in ritrovo esclusivo, semplicemente grazie alla proiezione di video musicali sulla facciata di una casa.
Roba semplice, insomma.
Ma nel trovarmi di fronte a queste scene mi tornavano in mente le centinaia di veri artigiani sardi, costretti spesso a svendere i loro prodotti di qualità, o le decine di Torri Costiere, spesso lasciate al degrado, ed ho pensato che noi sardi, dall’unione d’Italia in poi, abbiamo sempre e solo scelto due strade:
1. Farci colonizzare e sfruttare da altri.
2. Rimanere passivi, limitandoci ad una “confortante” lamentela.

Queste due strade sono, a loro volta, il frutto di 5 diversi approcci, che originano tutto questo, a volte con risvolti paradossali:

Formazione Sovversiva: contenuto e contenitore.

Versare altro vino in un bicchiere già colmo sarebbe un'attività piuttosto sciocca, perché traboccherebbe e andrebbe sprecato.
È esattamente ciò che accade quando frequentiamo corsi di formazione (il contenuto) senza aver prima preparato noi stessi (il contenitore).
Comprendere quand'è che ci si ritrova in questa condizione è molto semplice: basta osservare quanto riusciamo a mettere in pratica di ciò che già sappiamo. 
Ad esempio professionisti espertissimi sulle tecniche di vendita che però non riescono a fare clienti nuovi, oppure persone che hanno frequentato svariati corsi di gestione aziendale ma che continuano ad avere attività in crisi.

Per permettere al contenuto di portare giovamento è inutile continuare a versare informazioni, bisogna invece migliorare ed ampliare il contenitore.
Ovviamente si tratta di un processo più complesso, a volte persino coraggioso. Non è semplice affrontare noi stessi e le nostre contraddizioni. Guardare in faccia la realtà, ovvero i risultati che abbiamo ottenuto fino ad oggi, chiedendoci se sono quelli che realmente avremmo voluto per noi stessi.

Non solo il successo professionale ed economico, ma la realizzazione di noi stessi come persone, come partner, come figli e come genitori.

Gli atteggiamenti incongruenti, tra ciò che vorremo essere e ciò che siamo, sono un primo segnale del fatto che abbiamo trascurato noi stessi, magari per dedicarci all'immagine che dovevamo dare all'esterno. Oppure del fatto che siamo scesi a compromessi con i nostri valori, per posticipare decisioni importanti o situazioni difficili. O ancora parlano del fatto che abbiamo permesso a qualcuno di limitarci e di farci sentire sbagliato.
Le situazioni possono essere infinite.

Ciò che siamo determina la percentuale di conoscenza che riusciremo a mettere in pratica. Questo, a sua volta, determina in maniera potente la qualità della nostra vita e il raggiungimento di ciò che vogliamo per noi.


Da questa premessa è nata l'idea di 3 differenti incontri nel 2015:

Attività Redditizie 2015

Come sapete ogni anno inauguro il mio blog con le indicazioni da seguire per creare o sviluppare un’attività redditizia.

Lo scorso anno vi anticipai che ci sarebbe stato il boom dei FabLab (qui potete leggere l’articolo, se ve lo siete persi) con tutto ciò che è legato ad essi (crescita dell’open source, dell’autoproduzione etc.). Ed infatti così è stato. 

Vediamo quindi quali sono le prospettive per questo appena iniziato.

Aumenterà la tendenza verso tutto ciò che è “sharing”, ovvero condivisibile tra più fruitori. Alcuni esempi interessanti si trovano nei trasporti, da Bla Bla Car che ti permette di trovare un passaggio condividendo i costi vivi, a Uber, temibile rivale per la potente casta dei tassisti.
La nascita di siti dedicati, come gli italianissimi Sharing o SolverCity dimostrano in maniera evidente come dagli acquisti ci si stia spostando lentamente verso lo scambio, l’affitto o la condivisione.

Quindi il primo consiglio per quest’anno, se volete rendere redditizia la vostra attività è:

I 6 fattori che rendono redditizia un'azienda.



Ho grande stima per gli imprenditori. Ne ho conosciuti oltre un migliaio da quando faccio il Formatore Sovversivo, e devo dire che -salvo rare eccezioni- ho sempre incontrato persone volenterose e intelligenti, che avevano immolato la propria vita all'azienda.
Li capisco, perché anche io come loro gestisco società che ogni giorno devono lottare per crescere e portare utili, e so quanto è dura la cosa.
Vi dirò di più: voglio bene agli imprenditori! Soprattutto quelli piccoli e medi, perché sono i più bistrattati da questo "sistema italiota" che fa di tutto per metterli in difficoltà, invece di premiarli per la ricchezza che creano.

Per questo mi concederò il lusso di dire loro tutto quello che un collaboratore, un fornitore o un cliente raramente potrebbe, per il giustificato timore di incrinare il rapporto professionale.
Lo farò perché sono convinto che sia l'unico modo per aiutarli davvero, evitando i pietismi e gli inutili giri di parole.
Quindi se anche tu vorrai "salvare" un imprenditore, invitalo a leggere questo articolo. 
Forse all'inizio potrà soffrire nel prendere consapevolezza della sua situazione, ma ti garantisco che alla fine ti ringrazierà di cuore! 

Partiamo quindi dal punto zero, che è anche il più dolente:

0. L'IGNORANZA IMPRENDITORIALE
Cosa vuol dire? Semplice: che per anni hanno guidato le aziende puntando tutto sulla loro conoscenza tecnica trascurando la parte più importante, ovvero la competenza imprenditoriale. Alcuni per fortuna erano talentuosi, altri imparavano a fare le cose a forza di errori, ma molti erano solo concentrati in un'area dell'azienda: chi in produzione, chi nell'ufficio tecnico, chi nel commerciale o in amministrazione. Erano i migliori operai della loro azienda, o tecnici formidabili, ma finivano con il trascurare la visione d'insieme, con interi settori sbolognati a qualche collaboratore, a sua volta assunto... ora vedremo come, nel primo punto della nostra analisi:

HAPPY ACADEMY - Creiamo oggi un futuro più felice per i nostri ragazzi


Quest'anno sono riuscito a realizzare uno dei miei più grandi sogni, ovvero la creazione di una Junior Academy per ragazzi. 

Il progetto è stato talmente gratificante e di successo che nel 2015 vorrei farlo evolverlo in qualcosa di ancora più completo: l'HAPPY ACADEMY.

L’Happy Academy ha come obiettivo dare ai ragazzi, dai 18 ai 25 anni, tutti gli strumenti per realizzarsi come persone e professionisti.

Il percorso durerà 6 mesi, con 14 incontri totali di mezza giornata ciascuno
I docenti saranno qualificati formatori aziendali, esperti di comunicazione e crescita personale ed affermati imprenditori in cerca di giovani talenti da inserire nelle proprie aziende.

Le tematiche verteranno su 3 aree principali: conoscenza di se stessi (4 incontri), comprensione degli altri (4 incontri), realizzazione nel lavoro (4 incontri). 
Gli altri due incontri saranno quello di apertura e quello di chiusura.

Mi vuoi bene?

Nel mio lavoro di “Businessman Angel” devo gestire molto spesso questo genere di lamentele: “Quello lì ha fatto carriera solo perché era più simpatico al titolare”, oppure “Quel cliente ci ha abbandonati al primo errore, seppure dicesse di essere contento di noi” o ancora “questo è il mio (brutto) carattere, i miei dipendenti se ne devono fare una ragione”.

Ebbene tutte queste frasi nascondono un concetto errato di cosa significhi “qualità professionale”, spesso intesa solo come capacità tecnica, esperienza nel settore o erogazione di ottimi prodotti e servizi. In realtà un fattore sottovalutato è quello della “benevolenza” che creiamo attorno a noi, nei confronti di tutti i soggetti che interagiscono con la nostra attività: clienti, fornitori, collaboratori, partner commerciali, colleghi e concorrenti.
Può sembrare un discorso “buonista”, ma chi ha raggiunto ottimi risultati professionali concorda sul fatto che la soddisfazione nel nostro lavoro passa anche attraverso il bene sincero che gli altri ci vogliono. Qualcuno potrà obiettare che molti personaggi ricchi e famosi sono tutt’altro che affabili o benvoluti, ma in questo caso non stiamo parlando solo di successo economico, ma della qualità del tempo che passiamo in ambito lavorativo.

La solitudine dell'Imprenditore

Dobbiamo ammetterlo. Veniamo da un periodo storico in cui il Vero Imprenditore era quello che entrava in competizione con tutti, soprattutto se i concorrenti erano dello stesso paese, un famigliare o un ex dipendente. Il Vero Imprenditore viveva in azienda, fine settimana compreso, e si assentava a malincuore solo perché costretto dalla famiglia a fare qualche giorno di vacanza. L'impresa all'epoca dava soddisfazioni economiche, non solo incazzature.

Così pian piano ci si abituò al "tutti contro tutti", facendo a gara su chi aveva il capannone più grande o il fatturato più alto. Lo si faceva ormai più per l'orgoglio che per i soldi: il Vero imprenditore i numeri li conosceva a stento, quella era roba da commercialista o da responsabile amministrativa. Perché il Vero Imprenditore godeva solo nel passare il suo tempo in produzione, e qualche volta nell'andare dai clienti principali.

Poi il mondo sembrò cambiare all'improvviso. I fatturati crollarono, le banche chiusero i rubinetti ed i clienti, anche quelli buoni, smisero di pagare. E se prima il Vero Imprenditore amava stare tutto solo nella sua torre d'avorio, adesso cominciò ad avvertire il peso di quella solitudine. Gli stessi collaboratori sembravano godere delle sue difficoltà, per non parlare dei concorrenti, disposti a vendere sotto costo pur di metterlo in difficoltà. 


Lo Studio Dentistico del Futuro

Qualche settimana fa parlavo con un professionista che lavora con gli studi dentistici.
Mi raccontava della necessità di cambiamento anche in questo settore, in cui purtroppo fa ancora fatica a cambiare approccio professionale.
Subiscono molto spesso la concorrenza di colleghi stranieri che offrono servizi a basso costo, senza riuscire a trasferire al cliente la differente qualità.

Si tratta di una situazione in realtà molto diffusa tra i liberi professionisti che non hanno ancora compreso la necessità di vedersi come imprenditori a tutto tondo, comprendendo che la parte "produttiva" non può essere anteposta a quella amministrativa, marketing o commerciale. Non perché la professionalità venga al secondo posto, ma al contrario per far sì che venga valorizzata e non sminuita da un semplice paragone con il prezzo.

Abbiamo quindi deciso di far partire un'iniziativa "coraggiosa", ovvero di proporre un corso imprenditoriale di un'intera giornata a tutti coloro che gravitano nel mondo dello studio dentistico.
Non tratteremo ovviamente argomenti tecnici, ma parleremo di come curare tutti quegli aspetti che si tendono a trascurare e che incidono pesantemente sulla redditività della propria professione: l'approccio al cliente, il posizionamento sul mercato, la capacità di valorizzare l'eccellenza, la riduzione degli sprechi occulti e la gestione finanziaria della propria attività.

Vi aspetto!

La Formazione Sovversiva

Mi trovo molto spesso a confrontarmi con molti miei colleghi che operano nella "formazione e consulenza aziendale".
Cerchiamo di capire cosa funziona, cosa non ha mai funzionato e cosa ha funzionato in passato ma ormai non funziona più. E mi accorgo che il nostro settore è ormai diviso in due approcci piuttosto inconciliabili:

- Quello di derivazione americana, molto orientato alla motivazione, al pensiero positivo, alla legge di attrazione, alla programmazione neuro linguistica (PNL), alla persuasione/ipnosi/manipolazione (li metto in ordine crescente, non a caso), alla ricerca della ricchezza milionaria in due giorni, ai casi di successo delle multinazionali e dei loro leader, al metodo universale per vendere tutto a tutti, e così via.

- Quello più "nostrano" orientato alla concretezza, alle necessità delle nostre PMI gestite da persone normalissime, al dialogo e alla comprensione senza tecniche persuasive, alla sana autostima senza l'esaltazione di se stessi, all'approccio ottimista alle cose senza che diventi cecità di fronte agli ostacoli.

Non ho particolari remore nell'ammettere di essere stato sostenitore di entrambi gli approcci. Soprattutto all'inizio del mio percorso sono rimasto ammaliato (ed ho insegnato con grande convinzione) dal primo approccio, quello prettamente "motivazionale", ritenendo che senza la giusta "carica" non si potevano ottenere risultati. Il che è indubbiamente vero. Però nei dieci anni in cui ho portato avanti questo tipo di approccio ho riscontrato alcune cose che non andavano, tipo:


Le nuove attività redditizie

Lo scorso anno scrissi un post sulle attività che avrebbero avuto maggiore probabilità di diventare redditizie (qui). Ad oggi ho ricevuto più di 400 richieste di consigli, dopo quell'articolo.
Siccome le cose si evolvono vorrei darvi altre idee e suggerimenti per affrontare al meglio questo 2014, ovviamente solo nel caso vogliate mettervi in proprio ed entrare a far parte della tanto bistrattata categoria degli imprenditori (è anche un ottimo modo per ripulire il proprio Karma e/o per meritarsi il Paradiso).

Partiamo come al solito dalle basi, ovvero:

Figurati se.

La cosa che più mi sorprende e che nessuno la veda come una gigantesca anomalia. Al punto che quando lo affermo nei convegni o nelle discussioni con gli amici scorgo nelle persone lo stesso mio sguardo vitreo di quando non afferro del tutto un concetto.
Eppure è semplice, quasi lapalissiano.
Ma arriviamoci per gradi.

Ti faresti operare da una persona che ha solo la terza media, ma che per passione ha iniziato a svolgere la professione di chirurgo?
Affideresti la costruzione di un ponte ad un diplomato all'alberghiera che partendo dalle costruzioni con i lego si è via via improvvisato ingegnere?
Ti faresti seguire fiscalmente da una persona laureata in lettere, ma che che ha ereditato lo studio da commercialista dai genitori, e lo porta avanti solo per necessità?

La risposta mi pare sin troppo scontata.

Il diritto al lavoro non esiste

Per attirarsi l'odio di molte persone basta affermare cose platealmente vere. Se tu dici ad uno che ruba che è un ladro lo vedrai andare su tutte le furie, così come se dimostri ad un mediocre che i suoi fallimenti non sono frutto del fato beffardo, ma della sua inettitudine.
Blandire e rassicurare è diventata un'attività talmente diffusa dai manipolatori di masse, che coloro che si attentano a proporre una visione un po' più consapevole della realtà vengono visti come individui crudeli e cinici.
Ad esempio una frase tabù, da non dire mai in pubblico se non vuoi rischiare il linciaggio, è che tutta la questione sul diritto al lavoro, soprattutto quello a tempo indeterminato, è una grande bufala.
Vediamo di capire il perché usando la metafora del matrimonio, che ha molte similitudini con un rapporto duraturo di lavoro.


Le Fabbriche del Futuro



Al Maker Faire di Roma
Da quando ho deciso di dedicarmi attivamente al fenomeno dei Fab Lab non avevo ancora avuto la percezione chiara e tangibile della reale portata di questa mia scelta, ma in questi giorni passati al Maker Faire di Roma ho compreso davvero cosa intendeva The Economist (mica Cronaca Vera) quando ha definito il fenomeno dei “makers” la “Terza Rivoluzione Industriale”.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto perché dovrebbe interessare a tutti noi Italiani questo nuovo fenomeno, apparentemente di nicchia? Semplice: perché è il nostro ultimo treno per riaffermare il Made in Italy, senza venir stritolati da nazioni molto più competitive o ricche.
Cercherò di piegarvelo partendo da alcuni presupposti fondamentali.
Siamo un Paese privo di risorse naturali e ci troviamo a far parte di una Europa Unita in cui il nostro peso politico ed economico è ormai nullo. I motivi sono molteplici e non mi interessa disquisirne in questo post, ma non possiamo trascurare questi due elementi o continuare a lamentarci sui social network.
Solo puntando su due macro fattori potremmo tornare ad essere competitivi: turismo e creatività. Il primo dovrebbe valorizzare il nostro patrimonio paesaggistico ed artistico, ed invece sappiamo tutti come viene gestito. Anche su questo però non spenderò parole inutili.
Qui mi interessa darvi l’unica buona notizia, legato al secondo macro fattore: la creatività è più viva che mai.

L'inutile lotta al low cost (ovvero: se il tuo problema è chi si "svende", il vero problema sei tu)

Giusto per dare un senso al tempo che passo sui social network ogni tanto mi inserisco in qualche discussione interessante. Come quella di oggi.
Il tutto partiva da una spartana locandina, quella che vedete nella foto (concessa gentilmente da Riccardo Scandellari), in cui questo tizio offriva siti web a 99 Euro, compresi alcuni altri servizi.

Ovviamente ne è seguita una lunga serie di battute ("sembra un necrologio, ci manca solo la vendita dei materassi, etc") nonché di insulti al tizio, reo di "svendere" ciò che gli altri facevano pagare a prezzi ben più alti, a fronte di una (tutta personale e non comprovata) maggiore professionalità.
Ovviamente veniva ricordato che i complici di questo sfacelo sarebbero i clienti bifolchi e tirchi, incapaci di comprendere tali abissali differenze, nonché ignari di cosa significhi (e qui cito testualmente) "indicizzazione, posizionamento, metatag, seo, serp, risi e bisi".
Meraviglioso.
Il mio umore è andato immediatamente alle stelle perché ho avuto l'ennesima conferma che per i prossimi anni avrò ancora tantissimo lavoro. Che di questi tempi, voglio dire, non è poco.

Ho quindi deciso di approfondire la questione, con una serie di riflessioni da condividere con tutti questi eccellenti professionisti (un po' rosiconi) che si ingastriscono contro il mediocre rubaclienti.


Cosa motiva davvero i collaboratori?

Ho recentemente stilato la lista delle domande tipiche che gli imprenditori mi fanno, nel momento in cui iniziano a farsi seguire da me come consulente. Salvo qualche leggera variazione, a seconda della regione geografica in cui mi trovo o della tipologia di azienda, più o meno le prime cinque sono queste:

1. Quando finirà la crisi? (con la variante ottimistica: "è vero che la crisi è finita?")
2. Come stanno andando le altre aziende? (con aggiunta "in Emilia Romagna", se mi trovo fuori regione)
3. Quali settori stanno andando meglio?
4. Ha senso continuare a stare in Italia? (con variante "non varrebbe la pena trasferirsi in Svizzera/Australia/Brasile...?"
5. Ma come si fa a motivare 'sta gente? (dove per "'sta gente" si intende i propri collaboratori)

Poiché degli altri 4 punti ho già parlato abbondantemente in altri post, oggi mi vorrei soffermare sull'ultima domanda, anche perché ha una rilevanza ben maggiore rispetto alle altre 4.
Innanzitutto esordisco con una prima rivelazione inquietante. Già il fatto di chiamarli in maniera impropria è significativo: 'sta gente, questi qua, i subordinati, 'sta massa di sfaticati... diciamo che non è propriamente come vorrei sentirmi chiamare io dal mio titolare (che, per la grande legge karmica, verrà a sua volta chiamato dai collaboratori: vecchiardo, sclero, sotuttoio, quellolà, l'innominabile...).
Insomma, partendo proprio dall'ABC, in base a come vedi i tuoi collaboratori ci saranno già i primi effetti significativi. Potrei qui citarvi una serie di aforismi molto affascinanti, come spesso amavo fare in passato, per dare più rilevanza a questo concetto. Ma essendo diventato piuttosto pragmatico mi limiterò a dire che se vedi i tuoi collaboratori come degli idioti, di sicuro farai fatica ad ottenere grandi cose da loro. (Ti servono ancora gli aforismi?).

Ma cerchiamo di fare un passetto evolutivo in più, e tentare di comprendere cosa davvero fa la differenza in azienda in termini di motivazione e prestazioni dei propri collaboratori.

Cosa sono i Fab Lab

Se pensate che in Italia ci sia rimasto poco da fare di veramente nuovo, vi assicuro che siete lontanissimi dalla realtà.
Anzi, potrei tranquillamente sostenere che ci troviamo solo all'inizio di una vera e propria rivoluzione cominciata in sordina qualche anno fa , ma che si sta rapidamente diffondendo in maniera virale (come accade per tutti i grandi cambiamenti epocali).
Sto parlando dei FabLab, che non sono Laboratori Favolosi, come all'inizio pensavo bensì le iniziali di "Fabrication Laboratories".
Il papà dei FabLab, Neil Gershenfeld, li pensò come luoghi in cui si potevano fabbricare oggetti personalizzati in completa autonomia, grazie all'uso di strumenti semplici, quali un laser cutter, una fresa a controllo numerico, ma soprattutto stampanti 3D, che grazie a a semplici schede elettroniche e a microprocessori sono in grado di trasformare un semplice progetto virtuale in un oggetto vero e proprio, annullando tutti i costi tipici del prototipo.

La rivoluzione passa attraverso la combinazione magica (o fab...ulous, se preferite) di ben 4 diversi fattori, che raramente nella storia si fondono in simili imprevedibili sinergie:

Il Libero Professionista

Fino pochi anni fa era semplice definire chi fosse un Libero Professionista.
Era una persona competente nel proprio settore.
Architetto, medico, commercialista, geometra, odontotecnico, avvocato.
La competenza, mix tra istruzione ed esperienza, distingueva i mediocri da quelli bravi.
Eh, bei tempi. Anche per i clienti.
Bastava chiedere a qualche conoscente e lui ti indicava le varie categorie: "Lui è il migliore, ma costa... se invece vuoi uno discreto ma economico...".
Che meraviglia era il passaparola, soprattutto nei piccoli paesi.
Poi è successo qualcosa. Una sorta di scossa tellurica. Non sempre quello "famoso" o "costoso" era anche il più bravo. Andavi dal commercialista rinomato che ti faceva pagare una follia per poi farti seguire da un inesperto apprendista.
O al contrario scoprivi che quel giovane geometra era molto più bravo dell'architetto costosissimo ma anche antipatico.
Insomma, oggi c'è un sano caos nella libera professione, che alcuni stanno subendo passivamente ed altri stanno vivendo come una rendita, purtroppo (o per fortuna) destinata a finire.

Il vero problema consiste nel comprendere cosa è oggi un Libero Professionista.
Dal mio punto di vista è da equipararsi ad un imprenditore, con tutto ciò che ne consegue.

Vediamolo nei dettagli:

Professionisti del Futuro nell'Immobiliare: Roberto Manferdini.

Chi è il Professionista del Futuro?
E’ colui che, agendo diversamente dagli altri, riesce ad ottenere risultati “controcorrente”. Questo a prescindere dal settore in cui opera o dalla zona geografica in cui risiede.
Lo potremmo definire un’anomalia del sistema, in quanto sovverte e smentisce tutti coloro che invece sono diventati professionisti di un’altra arte: la scusologia (disciplina nata nel 2008 per spiegare come mai la propria attività va male e che ha prodotto in breve tempo milioni di specialisti).
Ho deciso di farvi conoscere Professionisti del Futuro in carne ed ossa, persone che da tempo applicano determinati approcci e sistemi, smentendo categoricamente chi afferma che “vabbè la teoria, ma poi nella pratica cambia tutto”.
Ed ho deciso di farlo partendo da una persona che sta ottenendo grandi risultati in uno dei settori più in crisi, ovvero quello dell’immobiliare. Non parliamo qui del singolo venditore che racconta di aver venduto 2 casette in più, ma del creatore di un network di agenzie che nel 2012 hanno fatto numeri incredibili:
nel primo semestre  2013, rispetto al 2012 : +16 % di immobili venduti  e +8% di nuovi clienti fidelizzati.
Lui si chiama Roberto Manferdini, ed è uno dei soci di Immobiliare San Pietro.
Un vero Professionista del Futuro.