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Uscire dalla zona di comfort? Ma anche no!

Ormai non c’è “coach”, nel variegato mondo della formazione pseudo motivazionale, che con tono solenne, durante uno dei propri corsi, non se ne esca con la frase: “Se volete ottenere i vostri obiettivi dovete essere pronti ad uscire dalla vostra zona di comfort!”.
E la reazione classica dei presenti è “Sì, già, proprio vero, dobbiamo uscire dalla zona di comfort…”.

Ecco, l’ipnosi collettiva fa addirittura prendere per sacra, intelligente e profonda una frase di questo tipo, senza neppure soffermarsi sul significato letterale.
Vediamo perché.

Partiamo dal significato di comfort: "L'insieme di sensazioni piacevoli derivanti da stimoli esterni o interni al nostro corpo, che ci procurano una sensazione di benessere in una determinata situazione” (wikipedia).
Quindi se già ti trovi in una situazione confortevole per quale motivo dovresti “uscirne” per ottenere nuovi obiettivi o risultati?
Una motivazione potrebbe essere che alcuni sono incastrati nel meccanismo (insano) della “Felicità Infelice”. Ovvero del non sapersi mai godere quel che si ha, pensando a quello che ancora non si ha. Si tratterebbe però di un problema psicologico da curare.
Il più delle volte, invece, la verità è un’altra: le persone che ricevono e accettano quel messaggio NON SI TROVANO AFFATTO IN UNA SITUAZIONE DI COMFORT, quindi è piuttosto stupido chiedere loro di uscire da una situazione che non stanno vivendo.

Grazie?

Oggi ho ricevuto da un mio cliente, ormai amico, un riconoscimento che mi ha emozionato.
Mi ha detto che in un anno la sua azienda è cambiata ben oltre le sue più rosee aspettative, in termini di utili, di organizzazione, di clima interno e di qualità della sua vita personale. E' stato un momento molto toccante.
Sentirsi dire grazie, nel mio lavoro, è qualcosa di estremamente appagante e mai scontato.
Ed è uno degli elementi fondamentali che utilizzo per selezionare i clienti con cui lavorare.

Dopotutto la differenza la si nota già dal primo approccio: mi arrivano in media una trentina di richieste a settimana, di persone che mi chiedono consigli e suggerimenti per il loro lavoro. Io rispondo sempre a tutti, destinando almeno un'ora al giorno del mio tempo a questa attività totalmente gratuita. A volte le richieste sono così articolate che la risposta è già di per sé una vera e propria consulenza.

Venditori si nasce o si diventa?

Non mi sono mai considerato un venditore. Eppure ho cominciato a farlo presto, sin dai tempi della scuola. Avevo creato le magliette del mio liceo, e con i soldi ricavati, circa 3 milioni, mi comprai la prima moto.
A diciannove anni poi creai la mia prima società, la De Gustibus, con cui pubblicavo un free press destinato ai ragazzi. Siccome non avevo nessuno che mi finanziasse per qualche mese girai in cerca di sponsor. Facevo vedere un foglio completamente bianco e dicevo: "Vede qui, ci sarà un articolo su cui lei potrà avere la sua pubblicità". Gli esercenti guardavano perplessi il foglio bianco, poi probabilmente mossi da pena e tenerezza acquistavano alla cieca il loro inserto pubblicitario...

Oggi però comprendo tutti gli errori che commisi allora. Saltavo l'approccio iniziale, mi concentravo solo su quello che dovevo dire io, non consideravo le caratteristiche caratteriali di chi avevo di fronte. Sì, la vendita è qualcosa di veramente complesso, se fatto in maniera professionale. Ecco perché i corsi su questo argomento preferisco farli fare alla mia socia, che ha sicuramente un talento maggiore del mio in questo campo e che riesce a trasferire la sua conoscenza tacita anche a chi è ancora fermo alla vendita come mera presentazione di prodotti e servizi.

Dopotutto lo vedo in questi giorni. Sto girando per concessionarie (ad oggi una decina) per acquistare un'auto nuova.
Vista la penuria di clienti mi sarei aspettato di fare un giro trionfale in cui i venditori si sarebbero genuflessi e mi avrebbero fatto sentire un re. 

Il Vu Cumprà del Futuro

Quando sento parlare di mercati saturi o di concorrenza sleale mi immagino cosa deve provare uno dei tanti vu cumprà circondato da concorrenti agguerritissimi e pronti in un attimo a scendere sul prezzo su quello stesso identico materassino, asciugamano o paio di occhiali che tenta di vendere lui.
Così la deformazione professionale (e la noia che mi assale ogni volta che mi ritrovo per più di 20 minuti su una spiaggia) mi ha portato ad osservare questo fenomeno sempre più dilagante dei venditori di oggetti scadenti (ora in realtà anche di "servizi", con i massaggiatori, i tatuatori e compagnia bella).
Il risultato è stato superiore alle mie aspettative ed ho pensato che potesse fornire buoni spunti anche a voi, che ormai siete abituati ai miei post controcorrente.

Innanzitutto ho individuato 4 macro categorie:
1.      

Ottimista, pessimista o consapevole?

Ho notato che c'è molta confusione nelle persone, quando si parla di visione ottimistica o pessimistica della vita, e soprattutto delle conseguenze che questi due diversi approcci produrrebbero.
Generalmente il pessimista è quello che vede tutto nero, che non ripone molta speranza nel futuro, che è convinto che le cose quindi andranno sempre peggio.
Viceversa l'ottimista è visto come colui che ha la certezza che il futuro sarà roseo o comunque migliore del passato e del presente, e che pertanto affronta la vita in maniera più positiva.
Ebbene, questa distinzione così superficiale ha portato, soprattutto in questi ultimi anni di dilagante "pensiero positivo", a pericolose distorsioni.
In realtà dovremmo aggiungere a questi due approcci un ulteriore elemento, che modifica enormemente l'atteggiamento della persona e soprattutto crea effetti radicalmente diversi: questo elemento è la consapevolezza.
Potremmo così avere quattro, e non due, tipologie di approccio alla vita:
- pessimista inconsapevole
- ottimista inconsapevole
- pessimista consapevole
- ottimista consapevole


Ei fu. (Ovvero il suicidio di un esercente)

Tu,
che fatichi ad accogliermi con un semplice sorriso,
che esordisci con un glaciale "dica",
che quando ti chiedo qualcosa mi rispondi "eeehhh?" invece di "mi perdoni, non ho compreso la sua domanda",
che rispondi solo "no" alla domanda "avete camicie color...",
che non mi saluti se esco dal tuo negozio senza aver comprato qualcosa,
che guardi impaziente l'orologio se è appena scattato l'orario di chiusura del negozio,
che sei riuscito ad assumere le due commesse più tristi e antipatiche della città,
che ti infastidisci quando ti chiedo di vedere le cose che tu vendi,
che fingi di applicare i saldi per smaltire le cose vecchie in magazzino,
che tolleri il fatto che i tuoi collaboratori sbadiglino in faccia ai clienti,
che parli male di altri clienti con me davanti,
che rimani al telefono quando entro in negozio e dopo cinque minuti chiudi affermando con naturalezza "ora ti devo lasciare perché è entrato uno".

Differenze tra l'Italia e il Nord Europa

Era da tempo che mi chiedevo quali fossero le differenze sostanziali che stanno determinando una frattura incolmabile tra i cosiddetti PIIGS (cioè i paesi che in Europa stanno peggiorando sotto il profilo economico e sociale) e quelli che invece stanno crescendo o comunque mantenendo la propria ricchezza.
Per rispondere a questa domanda, andando oltre ai classici luoghi comuni, ho deciso di visitare in un breve ma intenso tour di due settimane la Germania, l'Olanda e il Belgio.
La prima sorpresa è stata che dei tre Paesi quello che mi ha colpito favorevolmente di più è stato il Belgio (e non la Germania come ipotizzavo). Tenendo infatti in considerazione fattori non solo economici ma anche sociali, ho trovato in loro aspetti legati alla qualità di vita più vicini al mio concetto di "benessere".

In generale (sebbene più spiccato in Belgio) quello che a mio parere ci differenzia da loro è legato a questi fattori:


Cerco qualunque tipo di lavoro, tranne...

Ricevo giornalmente decine di candidature spontanee da parte di persone che mi dicono: "Tu che sei a contatto con molte aziende, non è che potresti darmi una mano a trovare lavoro? Sono disposto a fare tutto!".
Sono sempre ben lieto di aiutare persone volenterose e in gamba, peccato che:

1. Spesso non ti mandano neppure il curriculum, o se te lo mandano è fatto talmente male che non si capisce che ti tipo di competenze abbiano (forse per questo sono disposti a fare tutto?). In molti casi allegano immagini che potrebbero essere perfette per il concorso "mandaci la tua foto che avresti voluto strappare": in spiaggia, abbracciati ad altra gente, con espressione depressa, sfuocate, di quando avevano 14 anni...


Stress positivo e stress negativo

Si parla sempre più spesso di quanto la vita sia stressante e di come questo fattore condizioni la nostra vita (e, purtroppo, anche la nostra salute).
Eppure in pochi conoscono il vero concetto di stress (che derivata dal latino "strictus", che significa compresso) e che solo dal 1936, grazie al fisiologo H.Selye, si sia definito cos'è veramente lo stress.

Come potrete sentire in questo video, estratto da un intervento che ho fatto recentemente su questo argomento, in realtà non esiste solo un tipo di stress, bensì due: quello positivo (definito come "eustress") e quello negativo (definito come "distress").

Il Distress a suo volta può avere due cause, molto differenti tra loro: quelle esterne (e non controllabili) e quelli interne (controllabili).
Il catalogare in maniera più chiara di che stress parliamo ci aiuta anche a gestirlo in maniera più efficace, trasformando il distress (negativo) in eustress (positivo).
Buona visione!





Cosa ho imparato nel 2012

Fino a poco tempo fa dedicavo gli ultimi giorni di Dicembre a pensare e poi a stilare gli obiettivi per l'anno successivo. Devo ammettere che funzionava, ma come direbbe un ex incallito fumatore a chi gli offre una gustosa sigarettina "grazie, ho smesso".
Adesso trovo più interessante fare il punto dell'anno appena trascorso e lasciare che il futuro segua il suo percorso, tenendo solo ferma la rotta sui miei valori e sulla vision personale (che, a differenza degli obiettivi, non chiarisce il "dove" vuoi andare bensì il "perché" vuoi andarci). 

Ebbene, in quest'anno ho imparato parecchie cose, molte delle quali grazie alla famigerata krisi!

Ecco le principali 25:
1. Che se lavori meno tempo questo può giovare alla qualità del lavoro stesso, e quindi al risultato finale.
2. Che se stai bene nella tua casa ti secca andare in vacanza negli hotel.
3. Che è meglio avere un orto che un giardino.
4. Che se uno mi è amico davvero mi difende con chi parla male di me senza che io sia presente.
5. Che i veri amici sono pocherrimi.
6. Che quando uno ti fa un torto è molto probabile che si allontani da te, facendo l'offeso.
7. Che ci sono persone che non metti tra gli amici ma che ti vogliono ugualmente un sacco di bene.
8. Che quando pensi di sapere perfettamente una cosa accade un evento che rimette tutto in discussione.
9. Che alcuni preferiscono distorcere i ricordi di quell'evento piuttosto che mettere in discussione le loro certezze.
10. Che è durissima ammettere pubblicamente di aver sbagliato su alcune cose che consideravi vere.

Le 4 cose che non si possono dire.

Oggi affermare cose vere in Italia è pericoloso, perché si finisce inevitabilmente col diventare antipatici o si rischia di passare per cinici.
Così se scrivo che nei prossimi anni ci sarà una grande selezione nel mondo del lavoro, e solo pochi imprenditori e professionisti si salveranno, mi arrivano mail arrabbiatissime da parte di persone che sostengono che quello che scrivo è ingiusto, perché tutti hanno diritto di lavorare, e non solo i "migliori".

Il che sarebbe "socialmente" giusto ed auspicabile, ma contrasta con il meccanismo economico e finanziario in cui siamo tutti incastrati, volenti o nolenti.
Per queste persone il nemico divento io che dico loro ciò che nessun politico o sindacato avrebbe il coraggio di affermare, poiché per imbonirsi il proprio elettorato devono sostenere che la situazione in cui ci troviamo è ingiusta e che dando loro fiducia e potere le cose cambieranno.
Mentono, sapendo bene di mentire, poiché non ci sarà alcuna fazione in grado di "proteggere" i lavoratori o di salvaguardare le piccole e medie imprese. Il motivo è semplice: qualunque fazione è intrinsecamente collusa con coloro che dicono di voler combattere e se davvero si ribellassero verrebbero subito messi da parte a favore di qualcuno più accondiscendente e disposto a fare il burattino più ubbidiente.


Il Professionista del futuro

La maggior parte dei miei corsi sono generalmente rivolti agli imprenditori, i quali spesso vengono da me con la richiesta di aiutarli a gestire meglio la loro attività, ed in particolare i loro collaboratori.
Trovo molto positivo che il titolare di un'azienda, con i vari problemi che si ritrova oggi a dover affrontare, abbia la lungimiranza di comprendere che buona parte del suo futuro è legato a quanto renderà efficiente la sua Impresa, grazie ad una migliore organizzazione e ad un maggior coinvolgimento di chi lavora per lui. E comprendono che dopo di loro a dover essere formati sono proprio i loro migliori collaboratori, ovvero coloro che dovranno aiutarlo a superare sfide sempre più difficili e problemi sempre più complessi.

C'è poi una categoria di persone che spesso mi scrive, per tentare di capire come utilizzare i miei consigli rispetto alle loro specifiche necessità. Sono i liberi professionisti, ovvero coloro che non sempre gestiscono collaboratori (o molto pochi) ma hanno le stesse difficoltà di chi ha un'azienda: clienti che non pagano, fornitori inaffidabili, mancanza di tempo e stress continuo!


Cosa vuol dire Proattività

Se avete fatto qualche corso di formazione probabilmente vi sarete dovuti sorbire la storiella del "problema come opportunità". Personalmente ho sentito associare così tante volte questi due termini che adesso quando qualcuno mi dice che ha una grande opportunità per me, d'istinto rispondo "No, grazie, ne ho già fin troppe delle mie...".

L'argomento utilizzato per far comprendere come un problema si possa trasformare in opportunità o strumento di crescita è quello ben spiegato da Stephen Covey nel suo libro di maggior successo, "The 7 Habits of Highly Effective People".
In questo libro, che io considero tra i migliori nel suo genere, Covey spiega come la Proattività consista nel prenderci la nostra parte di responsabilità rispetto ad una situazione che non ci soddisfa o che presenta delle difficoltà. Per fare un esempio banale, se il mio blog fosse ignorato dal pubblico un atteggiamento poco Proattivo mi potrebbe portare a pensare che le persone non capiscono nulla, che io meriterei un maggiore successo, che se non dici banalità nessuno ti legge, e così via.
Ciascuna di queste frasi racchiuderebbe in realtà la vera causa del mio insuccesso, ovvero la tendenza a trovare "colpevoli" esterni (e solitamente molto accaniti contro di noi). Quando i colpevoli non sono persone vere e proprie spesso vengono tirati in causa eventi o fenomeni incontrollabili (il destino, la sorte avversa, la disposizione degli astri, il "Mondo" o, sempre più frequentemente, la mitica "crisi").


I Simpatici Nemici

Tra le varie tipologie di persone con cui ci relazioniamo in famiglia, nel lavoro, nelle amicizie e nella vita di tutti i giorni, capita a volte di avere a che fare con una categoria di persone che io chiamo i "Simpatici Nemici".
Vediamo chi sono.

I Simpatici Nemici sono quelli che, in compagnia, hanno solitamente un grande successo, poiché tendono ad essere brillanti e divertenti. Con una modalità particolare: lo fanno prendendo in giro gli altri.
Non a caso usano il sarcasmo con grande abilità, con il fine di far sentire un po' sbagliati gli altri.
Quando qualcuno dal carattere meno docile gli fa notare il fastidio che crea questo suo atteggiamento le sue classiche risposte sono queste:
- Ma che permaloso che sei!
- Ma io scherzo, se tu non lo capisci sono problemi tuoi!
- Lo faccio per voi, altrimenti qui è un mortorio!


Perché la scuola non è più adatta per la vita vera.

Quando parlo di scuola mi faccio sempre molti nemici.
Il motivo è semplice. Tranne rare eccezioni reputo la preparazione scolastica, dalle elementari all'università, assolutamente mediocre o poco adatta per formare realmente una persona rispetto alle attuali sfide della vita.
Le critiche che mi vengono solitamente fatte a questa presa di posizione sono che i bambini imparano molto più in fretta rispetto al passato (sintomo, quindi, di una maggiore qualità degli insegnamenti), che molti nostri laureati all'estero trovano subito lavoro (quindi che le nostre Università sono migliori di quelle straniere) e così via.

Questo tipo di obiezioni mi confermano ulteriormente quanto il percorso scolastico sia assolutamente mediocre, dal momento che viene valutata la qualità dell'insegnamento legandola esclusivamente all'aspetto mnemonico-razionale, trascurando invece tutto il resto.
E tutto il resto è TANTO di più.