Quando mi trovo a parlare con gli imprenditori, inevitabilmente ad un certo punto scatta la domanda da un milione di dollari: "Ma come si fa, oggi, a gestire davvero bene un'azienda?".
Ovviamente ci sarebbe da parlare di questo argomento per giorni, ma voglio raccogliere questa difficile sfida di sintetizzare, in un solo post, quali sono tutti gli ingredienti per rendere eccellente e redditizia un'impresa.
Ovviamente con il mio stile, ovvero dritti al punto, senza tanti fronzoli inutili.
Siete pronti? Ok, partiamo!
#1. Decidi dove vuoi portare la tua azienda.
Se non sei il solo a decidere convoca gli altri tuoi soci, prendetevi un giorno di vacanza e rispondetevi in maniera chiara e dettagliata.
Questo non significa stabilire solo una Mission, tipo "voglio essere l'azienda del settore X riconosciuta come la più innovativa nel territorio", ma comporta una serie di decisioni su molti altri fattori, quali il posizionamento dell'azienda (lusso, prezzo basso o via di mezzo?), gli standard qualitativi da perseguire, la ricerca e sviluppo, la formazione del personale, l'approccio ai clienti etc. (tra poco li approfondiremo). In poche parole devi stabilire una Strategia Aziendale, sotto forma di modello di business, che faccia da guida a te e a tutti i tuoi collaboratori nel breve, medio e lungo periodo.
Questo, ad esempio, è un modello di business che aiuta a definire una Strategia:
Questo è quello che ho creato e che uso io, ma non è l'unico. L'importante è averne uno, chiaro, concreto, condiviso da tutti i soci e possibilmente anche dai responsabili intermedi. Vi aiuterà a tenere ben salda la rotta verso quello che volete raggiungere, o a cambiarla in maniera veloce e consapevole se quella precedente non va più bene.
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Visualizzazione post con etichetta gestione del personale. Mostra tutti i post
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I 6 fattori che rendono redditizia un'azienda.
Ho grande stima per gli imprenditori. Ne ho conosciuti oltre un migliaio da quando faccio il Formatore Sovversivo, e devo dire che -salvo rare eccezioni- ho sempre incontrato persone volenterose e intelligenti, che avevano immolato la propria vita all'azienda.
Li capisco, perché anche io come loro gestisco società che ogni giorno devono lottare per crescere e portare utili, e so quanto è dura la cosa.
Vi dirò di più: voglio bene agli imprenditori! Soprattutto quelli piccoli e medi, perché sono i più bistrattati da questo "sistema italiota" che fa di tutto per metterli in difficoltà, invece di premiarli per la ricchezza che creano.
Per questo mi concederò il lusso di dire loro tutto quello che un collaboratore, un fornitore o un cliente raramente potrebbe, per il giustificato timore di incrinare il rapporto professionale.
Lo farò perché sono convinto che sia l'unico modo per aiutarli davvero, evitando i pietismi e gli inutili giri di parole.
Quindi se anche tu vorrai "salvare" un imprenditore, invitalo a leggere questo articolo.
Forse all'inizio potrà soffrire nel prendere consapevolezza della sua situazione, ma ti garantisco che alla fine ti ringrazierà di cuore!
Forse all'inizio potrà soffrire nel prendere consapevolezza della sua situazione, ma ti garantisco che alla fine ti ringrazierà di cuore!
Partiamo quindi dal punto zero, che è anche il più dolente:
0. L'IGNORANZA IMPRENDITORIALE
Cosa vuol dire? Semplice: che per anni hanno guidato le aziende puntando tutto sulla loro conoscenza tecnica trascurando la parte più importante, ovvero la competenza imprenditoriale. Alcuni per fortuna erano talentuosi, altri imparavano a fare le cose a forza di errori, ma molti erano solo concentrati in un'area dell'azienda: chi in produzione, chi nell'ufficio tecnico, chi nel commerciale o in amministrazione. Erano i migliori operai della loro azienda, o tecnici formidabili, ma finivano con il trascurare la visione d'insieme, con interi settori sbolognati a qualche collaboratore, a sua volta assunto... ora vedremo come, nel primo punto della nostra analisi:
Cosa motiva davvero i collaboratori?
Ho recentemente stilato la lista delle domande tipiche che gli imprenditori mi fanno, nel momento in cui iniziano a farsi seguire da me come consulente. Salvo qualche leggera variazione, a seconda della regione geografica in cui mi trovo o della tipologia di azienda, più o meno le prime cinque sono queste:
1. Quando finirà la crisi? (con la variante ottimistica: "è vero che la crisi è finita?")
2. Come stanno andando le altre aziende? (con aggiunta "in Emilia Romagna", se mi trovo fuori regione)
3. Quali settori stanno andando meglio?
4. Ha senso continuare a stare in Italia? (con variante "non varrebbe la pena trasferirsi in Svizzera/Australia/Brasile...?"
5. Ma come si fa a motivare 'sta gente? (dove per "'sta gente" si intende i propri collaboratori)
Poiché degli altri 4 punti ho già parlato abbondantemente in altri post, oggi mi vorrei soffermare sull'ultima domanda, anche perché ha una rilevanza ben maggiore rispetto alle altre 4.
Innanzitutto esordisco con una prima rivelazione inquietante. Già il fatto di chiamarli in maniera impropria è significativo: 'sta gente, questi qua, i subordinati, 'sta massa di sfaticati... diciamo che non è propriamente come vorrei sentirmi chiamare io dal mio titolare (che, per la grande legge karmica, verrà a sua volta chiamato dai collaboratori: vecchiardo, sclero, sotuttoio, quellolà, l'innominabile...).
Insomma, partendo proprio dall'ABC, in base a come vedi i tuoi collaboratori ci saranno già i primi effetti significativi. Potrei qui citarvi una serie di aforismi molto affascinanti, come spesso amavo fare in passato, per dare più rilevanza a questo concetto. Ma essendo diventato piuttosto pragmatico mi limiterò a dire che se vedi i tuoi collaboratori come degli idioti, di sicuro farai fatica ad ottenere grandi cose da loro. (Ti servono ancora gli aforismi?).
Ma cerchiamo di fare un passetto evolutivo in più, e tentare di comprendere cosa davvero fa la differenza in azienda in termini di motivazione e prestazioni dei propri collaboratori.
1. Quando finirà la crisi? (con la variante ottimistica: "è vero che la crisi è finita?")
2. Come stanno andando le altre aziende? (con aggiunta "in Emilia Romagna", se mi trovo fuori regione)
3. Quali settori stanno andando meglio?
4. Ha senso continuare a stare in Italia? (con variante "non varrebbe la pena trasferirsi in Svizzera/Australia/Brasile...?"
5. Ma come si fa a motivare 'sta gente? (dove per "'sta gente" si intende i propri collaboratori)
Poiché degli altri 4 punti ho già parlato abbondantemente in altri post, oggi mi vorrei soffermare sull'ultima domanda, anche perché ha una rilevanza ben maggiore rispetto alle altre 4.
Innanzitutto esordisco con una prima rivelazione inquietante. Già il fatto di chiamarli in maniera impropria è significativo: 'sta gente, questi qua, i subordinati, 'sta massa di sfaticati... diciamo che non è propriamente come vorrei sentirmi chiamare io dal mio titolare (che, per la grande legge karmica, verrà a sua volta chiamato dai collaboratori: vecchiardo, sclero, sotuttoio, quellolà, l'innominabile...).
Insomma, partendo proprio dall'ABC, in base a come vedi i tuoi collaboratori ci saranno già i primi effetti significativi. Potrei qui citarvi una serie di aforismi molto affascinanti, come spesso amavo fare in passato, per dare più rilevanza a questo concetto. Ma essendo diventato piuttosto pragmatico mi limiterò a dire che se vedi i tuoi collaboratori come degli idioti, di sicuro farai fatica ad ottenere grandi cose da loro. (Ti servono ancora gli aforismi?).
Ma cerchiamo di fare un passetto evolutivo in più, e tentare di comprendere cosa davvero fa la differenza in azienda in termini di motivazione e prestazioni dei propri collaboratori.
Prima di aprire un'attività in proprio.
In Italia sta accadendo un fenomeno interessante. A fronte di tante aziende che chiudono cresce la voglia di mettersi in proprio, avviando la propria attività.
Qualcuno ritiene che siano gli effetti della disoccupazione, della serie "se nessuno mi dà un lavoro me lo creo io".
Di per sé l'approccio sarebbe corretto, se non fosse che a fronte delle oltre mille start up che nascono ogni anno, di media 7 su 10 chiudono senza aver neppure recuperato il capitale investito. Un disastro.
Il che significa due cose:
- se non trovavano lavoro forse qualche motivo c'era.
- l'arte dell'improvvisazione è ancora una caratteristica tutta italiota.
Certo, qui da noi c'è la burocrazia, la pressione fiscale e bla bla bla, ma queste cose un novello imprenditore dovrebbe metterle in conto prima, non dopo. Non si parte a fare un'azienda solo perché si ha una buona idea ed un finanziamento europeo.
E soprattutto non ci si butta a fare qualcosa di grande se prima non si è dimostrato di saper fare quelle piccole.
Cerco di spiegarmi meglio.
Qualcuno ritiene che siano gli effetti della disoccupazione, della serie "se nessuno mi dà un lavoro me lo creo io".
Di per sé l'approccio sarebbe corretto, se non fosse che a fronte delle oltre mille start up che nascono ogni anno, di media 7 su 10 chiudono senza aver neppure recuperato il capitale investito. Un disastro.
Il che significa due cose:
- se non trovavano lavoro forse qualche motivo c'era.
- l'arte dell'improvvisazione è ancora una caratteristica tutta italiota.
Certo, qui da noi c'è la burocrazia, la pressione fiscale e bla bla bla, ma queste cose un novello imprenditore dovrebbe metterle in conto prima, non dopo. Non si parte a fare un'azienda solo perché si ha una buona idea ed un finanziamento europeo.
E soprattutto non ci si butta a fare qualcosa di grande se prima non si è dimostrato di saper fare quelle piccole.
Cerco di spiegarmi meglio.
Etica aziendale
Chiunque abbia un’attività commerciale o gestisca
un’azienda sa bene che questa crisi ha amplificato il rischio di ricevere
insoluti o addirittura di essere vittime di vere e proprie truffe da parte di
clienti e fornitori senza scrupoli.
Eppure negli ultimi anni è cresciuto notevolmente il
numero di imprese che affermano di fare
dell’etica aziendale il loro presupposto fondamentale. Se questo da una
parte fa loro onore, dall’altra sarebbe utile comprendere cosa intendono quando
fanno un’affermazione così importante.
Da un sondaggio fatto presso un campione rappresentativo
di aziende del nord Italia è emerso che per Etica Aziendale si intende spesso
la volontà di relazionarsi in maniera professionale e corretta con i clienti.
Non tutti contemplavano i fornitori. Quasi
nessuno i propri collaboratori.
Il Professionista del futuro
La maggior parte dei miei corsi sono generalmente rivolti agli imprenditori, i quali spesso vengono da me con la richiesta di aiutarli a gestire meglio la loro attività, ed in particolare i loro collaboratori.
Trovo molto positivo che il titolare di un'azienda, con i vari problemi che si ritrova oggi a dover affrontare, abbia la lungimiranza di comprendere che buona parte del suo futuro è legato a quanto renderà efficiente la sua Impresa, grazie ad una migliore organizzazione e ad un maggior coinvolgimento di chi lavora per lui. E comprendono che dopo di loro a dover essere formati sono proprio i loro migliori collaboratori, ovvero coloro che dovranno aiutarlo a superare sfide sempre più difficili e problemi sempre più complessi.
C'è poi una categoria di persone che spesso mi scrive, per tentare di capire come utilizzare i miei consigli rispetto alle loro specifiche necessità. Sono i liberi professionisti, ovvero coloro che non sempre gestiscono collaboratori (o molto pochi) ma hanno le stesse difficoltà di chi ha un'azienda: clienti che non pagano, fornitori inaffidabili, mancanza di tempo e stress continuo!
Trovo molto positivo che il titolare di un'azienda, con i vari problemi che si ritrova oggi a dover affrontare, abbia la lungimiranza di comprendere che buona parte del suo futuro è legato a quanto renderà efficiente la sua Impresa, grazie ad una migliore organizzazione e ad un maggior coinvolgimento di chi lavora per lui. E comprendono che dopo di loro a dover essere formati sono proprio i loro migliori collaboratori, ovvero coloro che dovranno aiutarlo a superare sfide sempre più difficili e problemi sempre più complessi.
C'è poi una categoria di persone che spesso mi scrive, per tentare di capire come utilizzare i miei consigli rispetto alle loro specifiche necessità. Sono i liberi professionisti, ovvero coloro che non sempre gestiscono collaboratori (o molto pochi) ma hanno le stesse difficoltà di chi ha un'azienda: clienti che non pagano, fornitori inaffidabili, mancanza di tempo e stress continuo!
I Simpatici Nemici
Tra le varie tipologie di persone con cui ci relazioniamo in famiglia, nel lavoro, nelle amicizie e nella vita di tutti i giorni, capita a volte di avere a che fare con una categoria di persone che io chiamo i "Simpatici Nemici".
Vediamo chi sono.
I Simpatici Nemici sono quelli che, in compagnia, hanno solitamente un grande successo, poiché tendono ad essere brillanti e divertenti. Con una modalità particolare: lo fanno prendendo in giro gli altri.
Non a caso usano il sarcasmo con grande abilità, con il fine di far sentire un po' sbagliati gli altri.
Quando qualcuno dal carattere meno docile gli fa notare il fastidio che crea questo suo atteggiamento le sue classiche risposte sono queste:
- Ma che permaloso che sei!
- Ma io scherzo, se tu non lo capisci sono problemi tuoi!
- Lo faccio per voi, altrimenti qui è un mortorio!
Vediamo chi sono.
I Simpatici Nemici sono quelli che, in compagnia, hanno solitamente un grande successo, poiché tendono ad essere brillanti e divertenti. Con una modalità particolare: lo fanno prendendo in giro gli altri.
Non a caso usano il sarcasmo con grande abilità, con il fine di far sentire un po' sbagliati gli altri.
Quando qualcuno dal carattere meno docile gli fa notare il fastidio che crea questo suo atteggiamento le sue classiche risposte sono queste:
- Ma che permaloso che sei!
- Ma io scherzo, se tu non lo capisci sono problemi tuoi!
- Lo faccio per voi, altrimenti qui è un mortorio!
Programma Accademia di Gestione Aziendale
Dopo 12 anni dedicati alla formazione e alla consulenza aziendale ho capito che ciò che maggiormente conta per un imprenditore o un manager è che i concetti da far propri siano facilmente applicabili, sintetici e legati alla realtà che vive quotidianamente. Col tempo ho quindi eliminato tutti i concetti accademici ma complessi, affascinati ma irrealizzabili, emozionanti ma inutili.
La sintesi di questo lavoro è nell'Accademia di Gestione Aziendale, un percorso di 10 incontri, sviluppati nell'arco di un anno per permettere ai partecipanti di poter applicare ciò che imparano, evitando le classiche full immersion i cui effetti svaniscono dopo qualche settimana.
Ogni incontro, della durata di 4 ore, è dedicato ad un argomento specifico ed è suddiviso in 4 distinti momenti: l'analisi teorica, l'esercitazione pratica, lo studio su materiali scritti ed una breve verifica finale.
Questa formula innovativa rende l'Accademia di Gestione Aziendale l'investimento migliore per coloro che intendono migliorare le proprie competenze imprenditoriali o manageriali, come testimoniano i partecipanti che hanno già completato il percorso (leggine qui alcune).
Sarò felice di averti con noi, nella nuova edizione 2012/2013 che partirà Martedì 2 Ottobre.
Per ulteriori informazioni contattami senza impegno via mail (info@all-winners.it) o chiamando al numero verde 800 592434.
La sintesi di questo lavoro è nell'Accademia di Gestione Aziendale, un percorso di 10 incontri, sviluppati nell'arco di un anno per permettere ai partecipanti di poter applicare ciò che imparano, evitando le classiche full immersion i cui effetti svaniscono dopo qualche settimana.
Ogni incontro, della durata di 4 ore, è dedicato ad un argomento specifico ed è suddiviso in 4 distinti momenti: l'analisi teorica, l'esercitazione pratica, lo studio su materiali scritti ed una breve verifica finale.
Questa formula innovativa rende l'Accademia di Gestione Aziendale l'investimento migliore per coloro che intendono migliorare le proprie competenze imprenditoriali o manageriali, come testimoniano i partecipanti che hanno già completato il percorso (leggine qui alcune).
Sarò felice di averti con noi, nella nuova edizione 2012/2013 che partirà Martedì 2 Ottobre.
Per ulteriori informazioni contattami senza impegno via mail (info@all-winners.it) o chiamando al numero verde 800 592434.
Regole e valori in azienda.
A volte si è portati a
pensare che l’unico modo per responsabilizzare le persone sia introdurre regole
sempre più rigide o specifiche. Un po’ come si spera di contrastare la
criminalità aggiungendo nuove leggi.
In effetti le regole
(così come le leggi) sono indispensabili e la loro mancanza crea
effetti nefasti all’interno di qualsiasi gruppo.
Tali regole dovrebbero
essere chiare e soprattutto motivate.
Ovvero oltre a dire che “non ci si ferma in 10 davanti alla macchinetta del
caffè” bisognerebbe argomentare (possibilmente a voce) il motivo per cui quella
regola viene messa (ad esempio per evitare di disturbare altri colleghi o per
evitare che le postazioni restino tutte sguarnite allo stesso momento).
Le regole dovrebbero
essere poche. L’abuso di regole
scritte (come all’interno delle famose “aziende cartello”) denota la mancanza
di qualcosa di più profondo, ovvero di accordi chiari e di valori definiti.
Le testimonianze dei migliori collaboratori aziendali.
Ieri al Winner Group c'è stata la premiazione dei 5 Collaboratori Winner 2012, ovvero di coloro che si sono maggiormente distinti in azienda per idee, proattività e contributo in generale.
Ciascuna loro testimonianza è stata preziosa, perché ci ha permesso di capire cosa attrae e motiva persone così speciali, dando utilissimi consigli agli oltre 60 imprenditori presenti in sala anche sugli errori fatali da non commettere.
Vorrei riassumere brevemente quali sono state le indicazioni più importanti fornite e soprattutto cosa ci hanno fatto capire in merito ai "colletti d'oro", che come abbiamo visto avranno presto un'evoluzione in "colletti verdi", ovvero con competenze legate all'ecologia e allo sviluppo sostenibile delle aziende:
Ciascuna loro testimonianza è stata preziosa, perché ci ha permesso di capire cosa attrae e motiva persone così speciali, dando utilissimi consigli agli oltre 60 imprenditori presenti in sala anche sugli errori fatali da non commettere.
Vorrei riassumere brevemente quali sono state le indicazioni più importanti fornite e soprattutto cosa ci hanno fatto capire in merito ai "colletti d'oro", che come abbiamo visto avranno presto un'evoluzione in "colletti verdi", ovvero con competenze legate all'ecologia e allo sviluppo sostenibile delle aziende:
La modalità migliore per gestire i collaboratori
Uno degli argomenti su cui i titolari d'azienda si trovano più spesso a discutere è la modalità ideale con cui bisognerebbe relazionarsi con i propri collaboratori.
Le fazioni di solito sono tre:
a. Fazione del "Meglio li tratti più se ne approfittano". I sostenitori di questa teoria hanno di solito una lunga casistica di episodi in cui i collaboratori, dopo essere stati trattati "come figli" o dopo aver dato loro soldi, premi e benefit vari hanno clamorosamente tradito la loro fiducia (andandosene, rubando, diventando intrattabili o semplicemente lavorando poco e male). Da allora adottano con i collaboratori (che ora preferiscono chiamare "dipendenti", giusto per mantenere le distanze) un rapporto cortese ma distaccato e razionale, per far sì che il dipendente stia al proprio posto e che non confonda l'amicizia col rapporto si lavoro.
Le fazioni di solito sono tre:
a. Fazione del "Meglio li tratti più se ne approfittano". I sostenitori di questa teoria hanno di solito una lunga casistica di episodi in cui i collaboratori, dopo essere stati trattati "come figli" o dopo aver dato loro soldi, premi e benefit vari hanno clamorosamente tradito la loro fiducia (andandosene, rubando, diventando intrattabili o semplicemente lavorando poco e male). Da allora adottano con i collaboratori (che ora preferiscono chiamare "dipendenti", giusto per mantenere le distanze) un rapporto cortese ma distaccato e razionale, per far sì che il dipendente stia al proprio posto e che non confonda l'amicizia col rapporto si lavoro.
E' nato il sito "Gestire PMI"
Era da molto tempo che mi veniva chiesto di riassumere tutto il materiale inerente la gestione di una PMI pubblicato qui sul blog, ma anche sul magazine Migliorare o suoi miei libri. In effetti mi sono reso conto di quante informazioni ed esperienze ho raccolto in questi 12 anni di attività di consulente e formatore e che quindi sarebbe stato utile per molti imprenditori potervi accedere in forma totalmente gratuita.
Così oggi è ufficialmente nato il sito www.gestirepmi.com che già contiene una parte di questo immenso materiale che ho raccolto e che finirò di inserire nei prossimi giorni.
L'obiettivo sarà quello di far diventare il sito anche un punto d'incontro per tutti quegli imprenditori che desiderano migliorarsi e far crescere la propria attività, quindi molto spazio verrà dato ai commenti e alle riflessioni sotto ciascun articolo.
Mi auguro di ricevere i vostri feedback, per poter rendere questo progetto ancora più utile e fruibile per tutti.
A presto!
Creatori o dissipatori di valore?

C'è un elemento che ha rappresentato una grande discriminante tra le aziende che sono uscite dalla crisi (o ne stanno uscendo, o non l'hanno mai vissuta) e quelle che invece non ce l'hanno fatta (o sono destinate a non farcela).
Innanzitutto vediamo cosa NON ha fatto la vera differenza:
La qualità dei prodotti, fini a se stessi, non hanno rappresentato la vera discriminante. Certo, chi offriva beni o servizi scadenti non aveva scampo, ma abbiamo visto una miriade di aziende produttrici di ottimi prodotti tracollare di fronte a prodotti meno buoni.
Qualcuno penserà a questo punto che la differenza sia consistita nel prezzo. Ni. Il prezzo basso ha sicuramente agevolando l’acquisto di determinati prodotti, ma anche in questo caso abbiamo visto fallire aziende che avevano proposto i loro prodotti o servizi a prezzi stracciati.
Allora la differenza potrebbe averla fatta la solidità finanziaria di un’impresa. Sicuramente questo è stato un fattore importantissimo e strategico ma spesso è stato solo un ammortizzatore alla crisi, senza però aver portato l’aumento del fatturato o di utili.
Ebbene, in realtà il vero unico comune denominatore delle aziende immuni alla crisi è stata l’estrema “qualità” delle persone che lavoravano all’interno della struttura stessa.
Andiamo però a definire meglio cosa intendiamo per “qualità”.
Negli Stati Uniti hanno coniato una definizione che rende bene l’idea: li chiamano “gold collars”, ovvero i Colletti d’Oro. Sono la naturale prosecuzione di un’evoluzione partita con i famosi colletti blu, a cui si sono aggiunti i tanti colletti bianchi, i quali saranno sempre meno utili nel mercato globale (poiché rimpiazzati dai loro colleghi indiani) e dovranno necessariamente trasformarsi in qualcosa di più evoluto, in colletti d’oro appunto.
Ma chi è questa figura professionale così preziosa per un’azienda e, soprattutto, che caratteristiche deve avere per essere tale?
Innanzitutto ha una preparazione specialistica ben superiore alla media. Non parliamo di cultura scolastica, ma di conoscenza vera e propria nel saper fare una cosa meglio di chiunque altro. Può essere il magazziniere appassionato delle più innovative teorie sulla logistica aziendale, così come il venditore che, autonomamente, frequenta seminari o legge libri sulle ultimissime tecniche di vendita. O più semplicemente l’impiegata amministrativa ci cui errori sono rari, l’operaio preciso e scrupoloso in ciò che fa, il responsabile acquisti che monitora costantemente la qualità dei fornitori. Parliamo, in poche parole, di quelle abilità tecniche o professionali che raramente la scuola trasmette e che fanno parte del bagaglio culturale e dell’esperienza del singolo.
Ma anche questo non basta. Anzi, potremmo dire che questo è, al massimo, un 49% di ciò che serve per poter definire un professionista un vero colletto d’oro. L’altro 51% è dato dall'atteggiamento caratteriale parte più importante e più difficilmente “trasferibile”, quindi più rara. Parliamo dell’ della persona e della sua abilità nel creare valore aggiunto in azienda grazie alla sua naturale propensione ai rapporti umani.
I creatori di valore, quindi, sono sostanzialmente tutti coloro che riescono a trasmettere al cliente, così come ai colleghi o al titolare, un qualcosa in più, soprattutto in termini di informazioni corrette e di “esperienze emozionali positive”.
Per semplificare: in un ristorante di media qualità il colletto d’oro sarebbe rappresentato dal cameriere che, senza che sia dovuto, si rivolge a te sempre in maniera cortese e sorridente, ti consiglia davvero cosa prendere, sa venderti con maestria il dolce che eri in dubbio se prendere o no, ti strappa un sorriso con una battuta mentre sparecchia. Ti fa venir voglia di lasciare una mancia e di tornare in quel ristorante, sebbene a fare la differenza non sia stato il cibo di per sé, quanto l’esperienza positiva vissuta. Ti ha fatto sentire, in quelle due ore, la persona più importante del locale!
Viceversa sarà capitato a tutti, purtroppo, l’infelice esperienza del cameriere scorbutico, indisponente, che vuole a tutti i costi ed impositiva farti prendere quello che vuole lui, fa finta di non vederti quando lo chiami, non ti saluta neppure quando te ne vai. Nell’iper offerta dei ristoranti difficilmente tornerai in quel locale. E probabilmente ne parlerai anche male con qualche amico. Ebbene, più volte ho cercato di spiegare questo semplice concetto a titolari di locali che si lamentavano della “crisi” e che non si accorgevano di avere in casa il vero problema: personale scadente, demotivato, senza alcuna conoscenza di base nel gestire i rapporti con un cliente.
Ma è più facile scaricare la responsabilità sul concorrente più agguerrito o sul mercato difficile piuttosto che agire sulle vere cause.
Questo ovviamente non si applica solo alla ristorazione ma a qualunque azienda di qualsiasi settore. Essere sprovvisti di colletti d’oro che creano valore “intangibile” per l’azienda o addirittura avere un gran numero del suo esatto opposto, ovvero di “dissipatori” di questo valore, rischia di diventare il vero problema intrinseco di una struttura già provata dalle oggettive difficoltà esterne.
I “colletti d’oro”, veri creatori di valore aziendale, hanno in sostanza caratteristiche ben definite: sono generalmente allegri e sorridenti, con un approccio positivo alla vita e al lavoro. Se c’è un problema sono abili a trovare spontaneamente una soluzione e comunque non drammatizzano la situazione. Sono persone molto attente ai particolari, affidabili, responsabili. Non c’è bisogno di correggerle continuamente perché tendono ad auto-correggersi o a non fare più lo stesso errore. Sono persone generose ed altruiste, che aiutano i colleghi in difficoltà e si prodigano per il bene del gruppo e non solo per il loro interesse particolare. Con i clienti riescono ad instaurare un rapporto di grande affinità. Hanno la capacità di fare quei piccoli gesti o di avere quelle piccole attenzioni che fanno sentire importanti le altre persone, gratificandone più che altro l’aspetto psicologico.
All’opposto il dissipatore di valore funge da vero e proprio “Killer emozionale”. E’ quello sempre arrabbiato, poco portato al sorriso, perennemente con problemi di natura personale, pessimista per natura e piuttosto negativo su tutto!
E’ quello che bisogna riprendere costantemente, a cui non va mai bene nulla, che si lamenta di tutto e di tutti ma che raramente si mette a sua volta in discussione. Tende a fare le cose a metà o comunque senza attenzione ai particolari. I clienti hanno la percezione di sentirsi “dei pesi” ed i colleghi evitano di chiedere la loro collaborazione perché già sanno che la risposta sarebbe una smorfia o una lamentela.
Crea attorno a sé un tale clima di negatività che ogni piccola difficoltà viene recepita come una calamità, ogni sfida come un’impresa impossibile, ogni proposta costruttiva come un’utopia da sognatori.
Se queste persone vengono poste al vertice di un’organizzazione o come responsabili di altre persone creeranno a cascata demotivazione e turn-over dei migliori, frustrati dal loro modo di fare oppressivo e demotivante. E dopo anni l’azienda si potrebbe addirittura trovare “ostaggio” di questi personaggi bravissimi a tenere per sè tutte le informazioni, a non far crescere nessuno sotto di loro, al solo fine di diventare sempre più “indispensabili”. A quel punto la frittata è fatta e l’azienda si ritroverà con costi di non qualità enormi, dovuti a errori, sprechi, disattenzioni, comunicazioni sbagliate, menefreghismo. Il che equivale a dire minor utili. Il che equivale a dire, di questi tempi, fallimento per mancanza di liquidità.
Mi pare ovvio che per entrambi i casi stiamo descrivendo degli estremi, raramente riconducibili alla realtà, ma serve per dare l’idea della diversità tra le due tipologie di persone.
Avere nel proprio staff creatori di valore piuttosto che dissipatori è il primo dei fattori che distingue le aziende che stanno andando bene da quelle che invece stanno soffrendo. Perché i prodotti ormai si trovano ovunque, mentre i talentuosi colletti d’oro sono una rarità, e sempre più faranno la differenza.
Se non ci fossi io...
E' una delle frasi più frequenti nella bocca (o nella testa) degli imprenditori. In genere sta a significare che vorrebbero delegare, ma che in realtà tutto gravita inevitabilmente attorno a loro.Per invertire questo pericoloso meccanismo, in cui il titolare diventa sovraccarico ed i collaboratori frustrati, serve in genere molto tempo ed influiranno numerosi fattori, tra cui:
- La qualità delle persone attualmente presenti in azienda
- La vera volontà dell'imprenditore di non essere più "indispensabile"
- L'inserimento di qualche nuovo collaboratore molto valido
- La congiunzione astrale di vari pianeti
Ovviamente non tutti i 4 fattori avranno lo stesso peso (almeno il quarto non dovrebbe averne più di tanto), ma è indubbio che vi sono situazioni in cui le relazioni personali sono talmente compromesse che la fiducia reciproca è davvero difficile da ristabilire. L'imprenditore ormai pensa di avere attorno solo persone inette e i collaboratori vedono l'imprenditore come un rompiscatole incontentabile, che non perde occasione per rimarcare ciò che non viene fatto bene.
Se a questo aggiungiamo lo stress causato dai clienti che non pagano, di fornitori che non consegnano, dalle banche che non aiutano, dai sindacati che protestano e dal consulente che ti viene anche a dire che stai gestendo male l'azienda... capite bene che la miscela diventa piuttosto esplosiva.
Per questo il mio consiglio è quello di dare, prima di tutto, il giusto peso alle cose. Non si può affrontare con la stessa energia chi sbaglia una fattura da 15 euro con chi non lavora o crea malumore 8 ore al giorno, 5 giorni a settimana. Così come è sconsigliabile dire ossessivamente alle persone che devono essere più precise/attente/produttive/responsabili se poi non gli si indica concretamente come essere più precise/attente/precise/responsabili.
Ma è altrettanto pericoloso scivolare lentamente verso la rassegnazione, per poi arrivare alla famosa constatazione del "se non ci fossi io tutto andrebbe a rotoli".
Cosa fare quindi?
Primo: distinguere tra le persone che si ha in azienda. Confondere chi davvero non vale da chi sta solo dando il minimo indispensabile potrebbe essere un errore fatale. E già questa distinzione risolverebbe molte cose.
Secondo: ridare fiducia a chi lo merita, tramite un'operazione di delega costante e pianificata. Il che non significa quindi "sbolognare" (attività molto diffusa da chi vuole semplicemente dimostrare di essere indispensabile).
Terzo: cominciare a dare riconoscimenti a chi davvero comincia a prendersi alcune responsabilità o ad applicarsi più degli altri. Ovvero meritocrazia ed incentivi (non solo economici ma anche riconoscimenti in pubblico).
Quarto: riorganizzare sulla base delle nuove responsabilità, definendo meglio flussi produttivi e ruoli di ciascuno.
Fatti questi 4 passi (generalmente passano dai 6 ai 12 mesi) cominciano a vedersi i primi piccoli risultati. Ora però comincia la parte più difficile, ovvero il salto di qualità che può dare il passare da un cambiamento superficiale ad un vero consolidamento dei risultati. Ovvero il lavoro sulle persone e sulla loro consapevolezza. Se questo salto non avviene infatti le vecchie abitudini prenderanno di nuovo il sopravvento, vanificando tutti i risultati ottenuti. E la frustrazione potrebbe portare ad una situazione addirittura peggiore rispetto a prima, poiché adesso sarà svanito anche l'ultimo barlume di speranza sia nell'imprenditore che tra i collaboratori. E questo rappresenterà per l'azienda il principio della fine, ovvero il collasso prima produttivo e poi finanziario.
Mi chiedo quanti consulenti abbiano chiara questa responsabilità, quando promettono grandi cambiamenti con un corso di 2 giornate o tramite seminari collettivi con 100 persone.
Perché qui non si tratta solo di far spendere inutilmente dei soldi ad un imprenditore, ma di diventare corresponsabili di disastri che a volte compromettono la vita di intere famiglie.
Ma se il budget da raggiungere diventa l'unico scopo di un consulente, capite bene come tutto il resto passerà inevitabilmente in secondo piano...
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