Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post

Perché la Sardegna affonda?

C’è una regola inviolabile nel business, che più o meno dice così: se gli affari ti vanno male, la responsabilità è unicamente tua.
La prova di questa affermazione è data dal fatto che a parità di condizioni fiscali, location geografica e mercato economico c’è sempre qualcuno che fallisce e qualcuno che prospera.
Partendo da tale presupposto si possono fare tutte le considerazioni che seguono, e che riguardano in particolari modo la mia terra d’origine, ovvero l’amata Sardegna.
Lo scorso anno, in un impeto chiaramente masochista, ho voluto cambiare la meta delle vacanze estive, optando per l’isola che sta sopra (geograficamente) la nostra, ovvero la Corsica.
Tutti parlavano di questo posto come un vero paradiso, tale da giustificare la scelta, più che legittima, di dare i nostri soldi ad un’altra Nazione, pur avendo noi 7.458 km di coste.
Ebbene, sono partito carico di aspettative e devo dire che in effetti, a livello paesaggistico, è sicuramente molto bella. Ma quello che hanno davvero in più rispetto alla Sardegna (e a tante altre località italiane) è la capacità di valorizzare tutto, anche quando la sostanza è ben poca.
Due esempi su tutti:
La tanto pubblicizzata “Strada degli Artigiani” in zona Balagne. Mi ha incuriosito così tanto da aver rinunciato ad un pomeriggio di mare, pur di andarla a visitare. Per poi scoprire che si trattava di 3 negozietti di costosissimi gadget. Oppure un’anonima piazzetta a Portovecchio, trasformata in ritrovo esclusivo, semplicemente grazie alla proiezione di video musicali sulla facciata di una casa.
Roba semplice, insomma.
Ma nel trovarmi di fronte a queste scene mi tornavano in mente le centinaia di veri artigiani sardi, costretti spesso a svendere i loro prodotti di qualità, o le decine di Torri Costiere, spesso lasciate al degrado, ed ho pensato che noi sardi, dall’unione d’Italia in poi, abbiamo sempre e solo scelto due strade:
1. Farci colonizzare e sfruttare da altri.
2. Rimanere passivi, limitandoci ad una “confortante” lamentela.

Queste due strade sono, a loro volta, il frutto di 5 diversi approcci, che originano tutto questo, a volte con risvolti paradossali:

Figurati se.

La cosa che più mi sorprende e che nessuno la veda come una gigantesca anomalia. Al punto che quando lo affermo nei convegni o nelle discussioni con gli amici scorgo nelle persone lo stesso mio sguardo vitreo di quando non afferro del tutto un concetto.
Eppure è semplice, quasi lapalissiano.
Ma arriviamoci per gradi.

Ti faresti operare da una persona che ha solo la terza media, ma che per passione ha iniziato a svolgere la professione di chirurgo?
Affideresti la costruzione di un ponte ad un diplomato all'alberghiera che partendo dalle costruzioni con i lego si è via via improvvisato ingegnere?
Ti faresti seguire fiscalmente da una persona laureata in lettere, ma che che ha ereditato lo studio da commercialista dai genitori, e lo porta avanti solo per necessità?

La risposta mi pare sin troppo scontata.

Cosa sono i Fab Lab

Se pensate che in Italia ci sia rimasto poco da fare di veramente nuovo, vi assicuro che siete lontanissimi dalla realtà.
Anzi, potrei tranquillamente sostenere che ci troviamo solo all'inizio di una vera e propria rivoluzione cominciata in sordina qualche anno fa , ma che si sta rapidamente diffondendo in maniera virale (come accade per tutti i grandi cambiamenti epocali).
Sto parlando dei FabLab, che non sono Laboratori Favolosi, come all'inizio pensavo bensì le iniziali di "Fabrication Laboratories".
Il papà dei FabLab, Neil Gershenfeld, li pensò come luoghi in cui si potevano fabbricare oggetti personalizzati in completa autonomia, grazie all'uso di strumenti semplici, quali un laser cutter, una fresa a controllo numerico, ma soprattutto stampanti 3D, che grazie a a semplici schede elettroniche e a microprocessori sono in grado di trasformare un semplice progetto virtuale in un oggetto vero e proprio, annullando tutti i costi tipici del prototipo.

La rivoluzione passa attraverso la combinazione magica (o fab...ulous, se preferite) di ben 4 diversi fattori, che raramente nella storia si fondono in simili imprevedibili sinergie:

Le professioni più richieste

Se un giorno doveste ricevere la visita a sorpresa di quei vostri vecchi amici che speravate di aver perso, e vi trovaste nell'imbarazzante situazione di non sapere di cosa parlare, vi suggerisco questo argomento: la situazione economica italiana. E se proprio volete rendere frizzantella la conversazione, fate questa domanda precisa: "Secondo voi chi non rischia di rimanere senza lavoro nei prossimi 5 anni?" (mi sembra ovvio che l'obiettivo vero è perderli davvero i vostri amici, per sempre).

Nel caso facciano parte della categoria "simpaticoni nazional-popolari" le probabili risposte saranno: "Ah, beh... di sicuro l'escort... o il politico...".
Se invece fanno parte dei "pessimisti/scettici" vi diranno: "Ormai nessuno è più al sicuro, rischiamo di rimanere tutti disoccupati"
Ci sono poi quelli "tecnologici" e molto aggiornati che ti spiegano che sarà senza dubbio "il programmatore CAD con sistemi opensource per stampanti 3D". 
Oppure gli appassionati del pensiero positivo ti spiegheranno come basterà immaginarsi il proprio lavoro ideale per far materializzare, al massimo entro 21 giorni, la chiamata telefonica del tuo nuovo datore (ma è molto probabile che loro siano disoccupati da 6 mesi...).

Insomma, è un argomento che può appassionare davvero tutti. Persino il Ministero del Lavoro.
Ogni anno infatti si prendono la briga di elaborare e poi diramare un "Rapporto sulle Comunicazioni Obbligatorie" che riporta numerosi dati in merito al complesso mercato del lavoro

Prima di aprire un'attività in proprio.

In Italia sta accadendo un fenomeno interessante. A fronte di tante aziende che chiudono cresce la voglia di mettersi in proprio, avviando la propria attività.
Qualcuno ritiene che siano gli effetti della disoccupazione, della serie "se nessuno mi dà un lavoro me lo creo io".
Di per sé l'approccio sarebbe corretto, se non fosse che a fronte delle oltre mille start up che nascono ogni anno, di media 7 su 10 chiudono senza aver neppure recuperato il capitale investito. Un disastro.
Il che significa due cose:
- se non trovavano lavoro forse qualche motivo c'era.
- l'arte dell'improvvisazione è ancora una caratteristica tutta italiota.

Certo, qui da noi c'è la burocrazia, la pressione fiscale e bla bla bla, ma queste cose un novello imprenditore dovrebbe metterle in conto prima, non dopo. Non si parte a fare un'azienda solo perché si ha una buona idea ed un finanziamento europeo.
E soprattutto non ci si butta a fare qualcosa di grande se prima non si è dimostrato di saper fare quelle piccole.

Cerco di spiegarmi meglio.

Come fare una buona impressione ad un colloquio di lavoro?

Negli ultimi anni le aziende sono diventate molto più selettive nella scelta dei propri collaboratori, ed il motivo è semplice: quando l'offerta aumenta chi "acquista" (in questo caso chi assume) non si accontenta più e cerca il meglio a parità di costo.
Questo per le aziende è diventato un bel vantaggio, mentre per chi è in cerca di lavoro le difficoltà si sono moltiplicate. Se a questo si aggiunge che spesso le persone che si candidano non sono particolarmente abili a compilare il loro curriculum o ad affrontare un vero e proprio colloquio di lavoro la sfida diventa quasi impossibile.
Un vero peccato soprattutto per tutti coloro che avrebbero le competenze e gli atteggiamenti idonei per poter ambire ad un posto di lavoro, ma che vengono scartati solo per non aver dato una buona impressione iniziale.

Quando consiglio qualche imprenditore sulla scelta da fare tra una rosa di candidati, o seleziono io stesso collaboratori per la mia azienda, mi trovo spesso di fronte a persone che commettono errori grossolani, che incespicano sulle domande che gli vengono poste, che dicono esattamente il contrario di quello che dovrebbero dire, perdendo così una serie di opportunità lavorative.
E purtroppo nessuno poi comunica loro i motivi per cui sono stati scartati o come migliorarsi per poter dare un'immagine più coerente al proprio valore professionale.


Differenze tra l'Italia e il Nord Europa

Era da tempo che mi chiedevo quali fossero le differenze sostanziali che stanno determinando una frattura incolmabile tra i cosiddetti PIIGS (cioè i paesi che in Europa stanno peggiorando sotto il profilo economico e sociale) e quelli che invece stanno crescendo o comunque mantenendo la propria ricchezza.
Per rispondere a questa domanda, andando oltre ai classici luoghi comuni, ho deciso di visitare in un breve ma intenso tour di due settimane la Germania, l'Olanda e il Belgio.
La prima sorpresa è stata che dei tre Paesi quello che mi ha colpito favorevolmente di più è stato il Belgio (e non la Germania come ipotizzavo). Tenendo infatti in considerazione fattori non solo economici ma anche sociali, ho trovato in loro aspetti legati alla qualità di vita più vicini al mio concetto di "benessere".

In generale (sebbene più spiccato in Belgio) quello che a mio parere ci differenzia da loro è legato a questi fattori:


Come salvare la nostra Azienda Stato

Se lo Stato fosse un'azienda, chi sarebbero i proprietari? Ovviamente tutti noi cittadini.
I politici quindi non sono altro che manager che noi paghiamo per fare in modo che l'azienda produca utili, benessere per la comunità, sviluppo.
Per deformazione professionale sono abituato a pensare in termini molto pratici, e se un'azienda dovesse cominciare ad accumulare debiti e a creare problemi per la comunità (magari perché inquina) le prime due cose che farei sarebbero queste:

1. Incontro con i manager per verificare i seguenti fattori:
a. Competenza tecnica
b. Competenza organizzativa
c. Competenza relazionale
d. Onestà

Tutti e 4 questi fattori sono infatti indispensabili per poter gestire le complesse dinamiche aziendali. 
Se riscontrassi gravi lacune in una o più di queste aree selezionerei le persone da tenere e individuerei quelle da mandare via. A coloro che hanno creato danni ingenti non darei ovviamente alcun tipo di bonus, né lo proporrei ad un'altra azienda. Semplicemente si dovrebbero cercare un altro posto di lavoro, sicuramente con ruoli di minor responsabilità.
Al loro posto assumerei nuovi manager che abbiano le qualità e competenze necessarie per risollevare le sorti dell'azienda.
Fin qui tutto piuttosto semplice e logico.


Webinar gratuito "Per fortuna c'è la crisi!"

Sono stato invitato a partecipare ad una interessante iniziativa, ovvero una serie di 15 seminari on line dedicati alla Consapevolezza. Si parlerà di crescita personale in generale e nel mio intervento nello specifico mi concentrerò sulla comprensione di quello che ci attende in campo economico, finanziario e lavorativo in genere.


Le 4 cose che non si possono dire.

Oggi affermare cose vere in Italia è pericoloso, perché si finisce inevitabilmente col diventare antipatici o si rischia di passare per cinici.
Così se scrivo che nei prossimi anni ci sarà una grande selezione nel mondo del lavoro, e solo pochi imprenditori e professionisti si salveranno, mi arrivano mail arrabbiatissime da parte di persone che sostengono che quello che scrivo è ingiusto, perché tutti hanno diritto di lavorare, e non solo i "migliori".

Il che sarebbe "socialmente" giusto ed auspicabile, ma contrasta con il meccanismo economico e finanziario in cui siamo tutti incastrati, volenti o nolenti.
Per queste persone il nemico divento io che dico loro ciò che nessun politico o sindacato avrebbe il coraggio di affermare, poiché per imbonirsi il proprio elettorato devono sostenere che la situazione in cui ci troviamo è ingiusta e che dando loro fiducia e potere le cose cambieranno.
Mentono, sapendo bene di mentire, poiché non ci sarà alcuna fazione in grado di "proteggere" i lavoratori o di salvaguardare le piccole e medie imprese. Il motivo è semplice: qualunque fazione è intrinsecamente collusa con coloro che dicono di voler combattere e se davvero si ribellassero verrebbero subito messi da parte a favore di qualcuno più accondiscendente e disposto a fare il burattino più ubbidiente.


Attività redditizie

Quando tengo il mio seminario "Il Professionista del Futuro" la parte che più incuriosisce le persone presenti è quella relativa ai cambiamenti che ci saranno nei prossimi anni nell'economia italiana, soprattutto in settori strategici e profondamente in crisi quali l'edilizia, l'automotive, l'abbigliamento.

In realtà parlare di settori in crisi oggi è molto generico, e andrebbero fatte delle distinzioni.
Diciamo che il "Principio di Pareto", che spiega la relazione dell'80/20, in questo caso si applica alla perfezione, rivelando una situazione economica sempre più evidente a tutti: a fronte di un 80% di aziende che non ce la faranno a superare la crisi, il rimanente 20% si prenderà le fette di mercato lasciate libere, aumentando fatturato ed utili. Una visione terrificante sotto l'aspetto sociale, dal momento che questo significherà una povertà molto più diffusa da una parte e maggiori ricchezze dall'altra. Ma i presupposti ci sono tutti.

Quindi non rimane che capire cosa accadrà.

Diciamo innanzitutto che il 20% delle aziende che crescerà sarà composto da quelle che avranno fatto una (o la maggior parte) di queste azioni:

1- Apertura di nuovi mercati (extraeuropei)
2- Commercializzazione anche on line
3- Sinergie innovative con settori in crescita.
4- Gestione aziendale perfetta (ovvero competenza a livello imprenditoriale) 

Ho già parlato in passato dei primi due fattori, quindi in questo articolo mi concentrerò solo sugli ultimi due, che sono anche i più importanti.


Perché bisogna andare all'estero.

Da circa 3 anni ai miei clienti sto dando un messaggio molto chiaro e preciso. Per la sopravvivenza della tua azienda o del tuo posto di lavoro devi assolutamente fare una di queste tre scelte:
- Trasferirti all'estero 
- Vendere i tuoi prodotti o servizi all'estero
- Lavorare per aziende che hanno (anche) clienti stranieri

Non lo dico per poco patriottismo, ma semplicemente per garantire loro la sopravvivenza in un futuro ormai molto prossimo.
L'unica alternativa, ma è molto più drastica, è abituarsi a vivere con poco, in una logica di km 0, ovvero creandosi un micro mondo che possa garantire l'ormai inarrestabile decrescita che è sotto gli occhi di tutti.


Perché un'azienda fallisce


E' vero, gli imprenditori in Italia sono trattati peggio dei criminali, non vengono tutelati in alcun modo dallo Stato e la loro passione è spesso distrutta dalla burocrazia, dalle tasse e dalla sempre più grave crisi mondiale. E' altrettanto evidente però che ci sono delle differenze importanti, che stanno selezionando chi riuscirà a farcela da chi invece vedrà fallire la propria azienda. Pur essendo tali variabili molto ampie (soprattutto tra chi lavora con privati e chi invece ha crediti nei confronti dello Stato) vi sono 3 macro lacune che spesso rappresentano la vera causa delle difficoltà di una piccola o media impresa.

Vediamo quali sono:


La truffa di Alcoa

Non è possibile rimanere indifferente di fronte alla disperazione dei minatori sardi o degli operai dell'Alcoa, i quali stanno giustamente lottando per ottenere quello che in Italia è definito un "diritto", ovvero il lavoro.
Premesso che i diritti in Italia sono un bluff, poiché diventano fonte di privilegi per pochi e aria fritta per tutti gli altri, quello che sconcerta è il modo in cui è stata gestita tutta la faccenda di Alcoa negli ultimi 15 anni. Lo Stato ha infatti sovvenzionato un'azienda che non aveva alcun futuro solo per impedire che lasciasse a casa i suoi dipendenti, ma in realtà ha solo buttato via ben 3 miliardi di Euro per ritardare una scelta che era ormai stata presa.
Ci si chiede se con tutti quei soldi si poteva far altro, invece che prolungare l'agonia di un'azienda straniera, interessata solo a prendere finché c'era da prendere, per poi trasferirsi altrove non appena i rubinetti venivano chiusi.

Con 3 miliardi di euro si sarebbero potute aiutare le piccole e medie imprese sarde, oppure si potevano incentivare le start-up con progetti legati alla valorizzazione del territorio. Destinando 50 mila euro ad azienda si sarebbero potute aiutare 60.000 attività, dando loro percorsi di affiancamento imprenditoriale per almeno 3 anni, quindi non solo denaro ma anche gli strumenti per essere competitivi (la famosa canna da pesca, invece del pesce già pescato).


L'alta finanza spiegata ad un ragazzino


Da quando ho deciso di dedicare parte del mio tempo libero alla formazione per i ragazzi ho capito che avrei dovuto, una volta per tutte, comprendere la finanza.
Il motivo è semplice. Ad un adulto puoi dirgli che le tasse servono per pagare il debito creato dalla crisi. Ad un ragazzino no. Perché giustamente lui ti chiederebbe “In che senso? Debito di chi?”. Loro vogliono risposte vere e sensate, a differenza degli adulti. Quindi mi è toccato informarmi davvero.

Per scoprire una cosa davvero interessante: in realtà la finanza ha molto a che fare con i ragazzini, perché viene gestita da adulti mai cresciuti, che pensano di star giocando ancora a Monopoli. Lo scopo è vincere, a prescindere dal fatto che le casette e gli alberghi siano virtuali e che quei soldi siano finti.
Qualche anno fa dei conoscenti mi hanno convinto a partecipare ad un gioco di società per “adulti”. Si chiama “Cash flow” ed è basato su un libro molto famoso “Padre ricco, padre povero” di Robert Kiyosaki.
Quello che mi sorprese giocando con queste persone, fu l’enfasi che ci mettevano, al punto tale che chi vinceva pensava davvero di essersi arricchito, sebbene nella vita reale stentasse ancora ad arrivare a fine mese. Il virtuale contava più del reale, con la distorta idea che credendo nel virtuale anche il tuo reale può modificarsi (distorsione nata dal famoso “pensiero positivo”, una vera piaga diffusa a beneficio di chi deve manipolarti).

Non è la crisi la causa dei suicidi.

Stanno crescendo in maniera esponenziale il numero dei suicidi, soprattutto tra imprenditori e liberi professionisti, a causa di difficoltà finanziarie.
La prima reazione è quella dello sdegno. E' davvero inconcepibile che un essere umano si debba togliere la vita per motivi economici, lasciando la propria famiglia in situazioni ancora più drammatiche.
Poi subentra la riflessione. Perché una persona preferisce morire piuttosto che affrontare i propri problemi?
Non dobbiamo pensare che la decisione arrivi improvvisa, in concomitanza con la ricezione della cartella di Equitalia. Quello di solito è l'atto conclusivo di una serie di decisioni, di atteggiamenti, di paure, di fughe.
Chi accumula debiti che poi non può più restituire spesso ha commesso piccoli o grandi errori, gli è mancato il controllo della situazione per anni, oppure non ha avuto la forza di affrontare alcune difficoltà lavorative e personali.
Quello che voglio dire è che un suicidio non è un'azione improvvisa, ma l'atto finale di comportamenti che spesso hanno un'origine più profonda e che non viene realmente analizzata ed affrontata.


Come ce lo stanno mettendo in quel posto


Io non sono un economista (e di questo ringrazio Dio), ma non è indispensabile insegnare questa materia alla Bocconi per capire come stanno le cose rispetto all'economia mondiale e quanto sia grande la stupidità umana.
Io sono abituato a comprendere se quello che faccio va bene oppure no in base a quanto i risultati che ottengo collimano con ciò che desideravo.
Se mi accorgo che i risultati sono sempre opposti a ciò che vorrei comprendo che qualcosa nelle mie azioni va cambiato. Semplice, giusto?

C'è invece questa meravigliosa categoria di "economisti" che non riesce a fare questo semplice ragionamento, continuando a sostenere che il "sistema" va bene, è la cattiva gestione dei singoli Stati che va corretta.
E non appena qualcuno accenna a cambiare le regole di questo sistema (evidentemente fallimentare e al collasso) come reagiscono? Con risatine ironiche o arroganti arringhe su quanto sia folle pensare di voler uscire da questo status quo.
Uscire dall'Euro? Non pagare il "debito odioso"? Non piegarsi ai ricatti della BCE o dell'FMI? Tutte idee strampalate di poveri ignoranti come noi, che non "capiscono" cosa significherebbe davvero una cosa del genere.


La versione E-book del "Per fortuna c'è la crisi!"

Nel 2007, quando scrissi questo libro, in meno di un anno ne furono vendute quasi 6.000 copie.
Ad oggi il "Per fortuna c'è la crisi!" è più attuale che mai, ed il prestigioso sito di libri "Macrolibrarsi" ha deciso di riproporlo in versione E-book.


"Per fortuna c'è la crisi!" è un vero e proprio vademecum di azioni concrete ed estremamante efficaci per chiunque sia convinto che, anche nella crisi, si possa fare qualcosa per distinguersi ed emergere rispetto ai propri concorrenti diretti.
Ogni capitolo affronta una specifica tematica, spaziando dal marketing a costo zero alla gestione delle riunioni, dall'organizzazione aziendale alla delega efficace.
Un libro indispensabile per ogni imprenditore o manager, scritto in uno stile semplice e diretto. Ideale per chi ama poco la teoria, prediligendo la pratica, come hanno già potuto testimoniare gli oltre 6.000 professionisti che lo hanno già letto, ottenendone immediati risultati.

Indice dell'ebook

Premessa Le tecniche non bastano
Introduzione La rana bollita
PARTE PRIMA I due Pilastri: Accordi e Profitti
Capitolo I Accordo al vertice
Capitolo II Perfetto controllo di gestione
PARTE SECONDA Organizzare e Motivare per poter Delegare
Capitolo III Pianifica, verifica e gratifica
Capitolo IV Le Riunioni motivanti!
Capitolo V Lo spaccatore di pietre
Capitolo VI Non puoi ottenere ciò che non misuri
Capitolo VII Dividi la torta
Capitolo VIII Pronti per delegare
Capitolo IX Seleziona ghiande che diverranno querce
PARTE TERZA Salire sulla Scala del Valore Aggiunto per creare Espansione.
Capitolo X Il Total Brand
Capitolo XI Soddisfa le esigenze psicologiche
Capitolo XII Il valore aggiunto
POSTFAZIONE ALLA RIEDIZIONE 2011

Per acquistare l'E-book cliccare qui.

Che futuro ci attende?

Facendo una fotografia dell'attuale situazione macro economica possiamo scorgere i probabili scenari che ci attendono nel futuro più prossimo.
La prima e più semplice considerazione è che la ricchezza si è spostata dall'occidente all'oriente, in un processo che è appena iniziato e che si accentuerà ancora di più col passare del tempo.
Questi paesi emergenti stanno di fatto comprando il debito degli ex Stati ricchi, come Cina e Giappone, che ad oggi detengono quasi il 20% del debito USA (oltre 2.000 miliardi di dollari).

Come è noto il debito USA ha ormai raggiunto il 100% del PIL, ovvero le entrate non possono più compensare le uscite, motivo per cui adesso si ritrovano a dover far qualcosa per tentare di salvarsi dal default. Storicamente le strade sono sempre state due: guerre o crisi economiche.
C'è poi la soluzione "Soros", il finanziere più potente del mondo, che sta puntando sulla cannibalizzazione dell'Europa, partendo dagli Stati più deboli (Grecia in primis) per poter speculare personalmente e per spostare il problema qui da noi. Ma dovrà fare i conti con la Merkel, poco disposta a lasciare che questo accada, per il semplice motivo che la Germania (insieme alla Francia) è tra i maggiori creditori della Grecia, quindi sarebbe lo Stato che ne pagherebbe le maggiori conseguenze.
Ma pare che Germania e Francia si stiano liberando velocemente di questi "crediti" (e secondo voi chi se li sta comprando? Esatto, gli stessi che si comprarono i titoli Parmalat o i bond argentini), e quando questo accadrà la Grecia potrebbe davvero essere lasciata al proprio destino.

Il fallimento pare sia questione di mesi, rimane solo da capire se sarà immediato o "pilotato". Si sa solo con certezza che avverrà di Sabato, per evitare il panico nelle borse aperte. Ecco perché ultimamente di venerdì c'è grande fibrillazione, potrebbe essere il giorno precedente al momento X.
Cosa accadrebbe, dunque, in caso di default della Grecia?
Se sarà pilotato il contraccolpo potrebbe essere minore, comunque non indolore per i paesi della zona Euro. Se invece sarà improvviso gli speculatori potrebbero tentare il colpaccio e cercare di trascinare nel vortice anche gli altri paesi deboli, quali Portogallo, Irlanda, Spagna e, ovviamente, Italia.
Senza voler drammatizzare troppo, una situazione del genere creerebbe ovviamente il panico totale tra le persone.

Per avere un'idea basta andarsi a leggere le testimonianze degli Argentini post default 2002, e ricordare cosa accadde nelle settimane successive. Banche e supermercati presi d'assedio, bande armate che giravano alla ricerca di cibo e denaro, cittadini costretti a difendersi barricandosi in casa.
Sono scenari che sembrano lontani ed impossibili, soprattutto per chi non ha mai vissuto alcun tipo di privazioni e vuole illudersi che niente di grave potrà mai accadere.
Ovviamente ci si augura che determinati avvenimenti avvengano il più tardi possibile o con dinamiche più soft. Ma essere preparati è sicuramente la cosa migliore.


P.S.
Per chi volesse approfondire questo argomento Martedì 25 Ottobre ne parleremo durante il nostro incontro mensile del "Winner Group".

Perché un'azienda fallisce


E' vero, gli imprenditori in Italia sono trattati peggio dei criminali, non vengono tutelati in alcun modo dallo Stato e la loro passione è spesso distrutta dalla burocrazia, dalle tasse e dalla sempre più grave crisi mondiale. E' altrettanto evidente però che ci sono delle differenze importanti, che stanno selezionando chi riuscirà a farcela da chi invece vedrà fallire la propria azienda. Pur essendo tali variabili molto ampie (soprattutto tra chi lavora con privati e chi invece ha crediti nei confronti dello Stato) vi sono 3 macro lacune che spesso rappresentano la vera causa delle difficoltà di una piccola o media impresa.

Vediamo quali sono:

1- Nessun controllo finanziario, neppure nella sua forma più banale.
Non si distinguono i costi fissi da quelli variabili, la marginalità è calcolata ancora "ad occhio", non si sa qual è il vero break even. Non si calcolano i costi di non qualità, si cerca di risparmiare sulle inezie ma si buttano via migliaia di euro in  sprechi costanti. I magazzini sono sovradimensionati o mal gestiti, vengono dati stipendi alti o premi a persone che remano contro l'azienda, gli acquisti strategici sono affidati ad amministrativi incompetenti e non c'è nessuno che sia esperto nel recuperare i crediti senza perdere il cliente. Una tale situazione, che poteva essere tollerabile quando i margini erano a due cifre, di questi tempi diventa fatale.


2- Superficialità nella gestione del personale.
Si tollerano situazioni che andrebbero gestite immediatamente con fermezza e si rimprovera a caso il malcapitato di turno. Le riunioni sono noiose ed inutili, con lunghi monologhi del titolare o recriminazioni sugli errori fatti . Qualcuno non le fa proprio "perché tanto ci vediamo tutti i giorni", oppure ci si limita alla classica convention di fine anno. Scarseggiano i riconoscimenti ai più meritevoli, viene dato tutto per scontato, e manca un sistema meritocratico fatto di incentivi legati al reale valore creato dai collaboratori. I responsabili intermedi vengono spesso scavalcati (quando ci sono), oppure vengono dati ordini contrastanti che creano confusione ed errori. Non sono chiariti i risultati da ottenere, si parla solo di quello "che andrebbe fatto" e mai del "come va fatto". Non esiste uno scopo o un sistema di valori aziendali realmente condivisi da tutti.

3- Marketing improvvisato e gestione commerciale mediocre.
C'è ancora la convinzione che il cliente venga a bussare alla porta, e che proporsi sia poco elegante.  Ci si lamenta del fatto che il prodotto o i servizi non vengano apprezzati dal cliente, ma non si è mai fatto un sondaggio per chiedere la loro vera opinione. I venditori sono visti come un costo, perché vengono pagati ancora solo col fisso e si spera che basti dargli la brochure in mano per farli vendere. Non esiste un budget e nessuna strategia marketing per i 6-12 mesi a venire. Non viene fatta nessuna riunione settimanale o mensile con gli agenti, solo qualche telefonata ogni tanto per sapere cosa hanno venduto. Vi è ancora la pericolosa convinzione che basta avere un buon prodotto e si spera che prima o poi il mercato riprenda come promesso dai politici in televisione.

Ci sarebbe ovviamente tanto altro, ma già con queste tre condizioni una PMI non ha nessuna possibilità di salvarsi, quindi è solo questione di tempo. Non verrà salvato da nessun governo, da nessuna riforma, da nessuna banca. Da loro, purtroppo, può solo essere affossato più velocemente.
Quindi non resta che rimboccarsi le maniche ed affrontare uno ad uno tutti questi punti, mirando all'eccellenza come condizione unica ed indispensabile per far crescere la propria azienda.