Se non ci fossi io...

E' una delle frasi più frequenti nella bocca (o nella testa) degli imprenditori. In genere sta a significare che vorrebbero delegare, ma che in realtà tutto gravita inevitabilmente attorno a loro.
Per invertire questo pericoloso meccanismo, in cui il titolare diventa sovraccarico ed i collaboratori frustrati, serve in genere molto tempo ed influiranno numerosi fattori, tra cui:

- La qualità delle persone attualmente presenti in azienda
- La vera volontà dell'imprenditore di non essere più "indispensabile"
- L'inserimento di qualche nuovo collaboratore molto valido
- La congiunzione astrale di vari pianeti


Ovviamente non tutti i 4 fattori avranno lo stesso peso (almeno il quarto non dovrebbe averne più di tanto), ma è indubbio che vi sono situazioni in cui le relazioni personali sono talmente compromesse che la fiducia reciproca è davvero difficile da ristabilire. L'imprenditore ormai pensa di avere attorno solo persone inette e i collaboratori vedono l'imprenditore come un rompiscatole incontentabile, che non perde occasione per rimarcare ciò che non viene fatto bene.
Se a questo aggiungiamo lo stress causato dai clienti che non pagano, di fornitori che non consegnano, dalle banche che non aiutano, dai sindacati che protestano e dal consulente che ti viene anche a dire che stai gestendo male l'azienda... capite bene che la miscela diventa piuttosto esplosiva.
Per questo il mio consiglio è quello di dare, prima di tutto, il giusto peso alle cose. Non si può affrontare con la stessa energia chi sbaglia una fattura da 15 euro con chi non lavora o crea malumore 8 ore al giorno, 5 giorni a settimana. Così come è sconsigliabile dire ossessivamente alle persone che devono essere più precise/attente/produttive/responsabili se poi non gli si indica concretamente come essere più precise/attente/precise/responsabili.
Ma è altrettanto pericoloso scivolare lentamente verso la rassegnazione, per poi arrivare alla famosa constatazione del "se non ci fossi io tutto andrebbe a rotoli".
Cosa fare quindi?
Primo: distinguere tra le persone che si ha in azienda. Confondere chi davvero non vale da chi sta solo dando il minimo indispensabile potrebbe essere un errore fatale. E già questa distinzione risolverebbe molte cose.
Secondo: ridare fiducia a chi lo merita, tramite un'operazione di delega costante e pianificata. Il che non significa quindi "sbolognare" (attività molto diffusa da chi vuole semplicemente dimostrare di essere indispensabile).
Terzo: cominciare a dare riconoscimenti a chi davvero comincia a prendersi alcune responsabilità o ad applicarsi più degli altri. Ovvero meritocrazia ed incentivi (non solo economici ma anche riconoscimenti in pubblico).
Quarto: riorganizzare sulla base delle nuove responsabilità, definendo meglio flussi produttivi e ruoli di ciascuno.
Fatti questi 4 passi (generalmente passano dai 6 ai 12 mesi) cominciano a vedersi i primi piccoli risultati. Ora però comincia la parte più difficile, ovvero il salto di qualità che può dare il passare da un cambiamento superficiale ad un vero consolidamento dei risultati. Ovvero il lavoro sulle persone e sulla loro consapevolezza. Se questo salto non avviene infatti le vecchie abitudini prenderanno di nuovo il sopravvento, vanificando tutti i risultati ottenuti. E la frustrazione potrebbe portare ad una situazione addirittura peggiore rispetto a prima, poiché adesso sarà svanito anche l'ultimo barlume di speranza sia nell'imprenditore che tra i collaboratori. E questo rappresenterà per l'azienda il principio della fine, ovvero il collasso prima produttivo e poi finanziario.


Mi chiedo quanti consulenti abbiano chiara questa responsabilità, quando promettono grandi cambiamenti con un corso di 2 giornate o tramite seminari collettivi con 100 persone.
Perché qui non si tratta solo di far spendere inutilmente dei soldi ad un imprenditore, ma di diventare corresponsabili di disastri che a volte compromettono la vita di intere famiglie.
Ma se il budget da raggiungere diventa l'unico scopo di un consulente, capite bene come tutto il resto passerà inevitabilmente in secondo piano...

Motivazione o illusione?


Non so se avete presente la scena del film in cui Troisi cerca di spostare un vaso con la sola forza del pensiero. Dopo essersi concentrato incomincia a sussurrare "Vieni... vieni..." (se volete vedervelo questo è il link: http://www.youtube.com/watch?v=2z7pgC3hrC0).
Cito il grande comico napoletano perché è ciò che a volte mi sembra di osservare tra chi possiede un'attività commerciale.
La scena, di solito, è questa: il negozio è vuoto, il titolare e la commessa guardano affranti fuori dalla vetrina, e in quel momento passi tu. Nel dare un'occhiata alla merce esposta ti accorgi con la coda dell'occhio che ti stanno fissando. E lì ti sembra davvero di poter sentire i loro pensieri: "Vieni... vieni...".
La situazione è talmente imbarazzante che, se anche ti fosse piaciuto qualcosa in vetrina, eviti di entrare e te ne vai, scorgendo in quell'istante la loro grande delusione.
Questo "sperare che le cose accadano" è un virus che vedo sempre più diffuso, soprattutto da parte di chi ha smesso di fare qualcosa. Atteggiamento alimentato anche da un finto approccio "positivo", ben rappresentato dalle numerose frasette mistiche o "motivazionali" che ci vengono proposte proprio da chi raramente ne coglie il vero significato.

E' vero che la nostra mente è potente, che esiste una sorta di "legge d'attrazione" e che la visualizzazione di ciò che vorresti aiuta a raggiungere gli obiettivi. Ma è altrettanto vero che molti hanno confuso il nutrire semplici speranze con la capacità di rendere davvero appagante la propria vita
Avere sogni e desideri ha una sua utilità, ma a patto che siano affiancati da azioni concrete. Mentre molti titolari di attività commerciali di cosa si lamentano? Che ormai non entra più nessuno in negozio! E cosa fanno? Aspettano...
"Mica posso andarli a prendere per strada" mi ha detto una volta un agente immobiliare, abituato, negli anni d'oro, ad avere la fila di persone in cerca di casa.
Peccato che negli anni d'oro abbia commesso il fatale errore di non scriversi tutti i contatti delle persone che lo chiamavano. O che ancora adesso rimanga a fissare il telefono nella speranza che squilli, invece di mettersi lui a chiamare potenziali clienti (o ex clienti). Ma alle pareti ha ovviamente tutti i quadretti motivazionali che gli ricordano il grande potere della sua mente...

Sostengo da tempo che molte teorie, vere nella loro essenza, abbiano rimbambito nella pratica migliaia di persone. Ho già scritto le mie perplessità sul fenomeno creato da "The Secret" (http://fabrizio-cotza.blogspot.com/2010/01/secret.html), ma potrei citare le centinaia di corsi in cui si balla e si canta, di cammina sulle braci ardenti, si saltano i fossi per la lunga, si urla che "io sono ok, tu sei ok!", con la speranza che questo, da solo, possa cambiare le cose.
In un'epoca difficile come questa è facile illudere le persone, prospettargli una soluzione "magica" per la gestione di tutti i loro problemi. Ma questo spesso crea effetti collaterali pericolosi, che peggiorano ulteriormente la situazione di chi aveva riposto in queste tecniche tutte le loro speranze. Perché dopo la fase "up" subentra la fase "down", e se non hai basi solide ed una vera padronanza di certe tecniche ci rimane schiacciato sotto.
Per questo motivo sto prendendo in seria considerazione l'idea di scrivere un libro che faccia luce sul vasto mondo della formazione "motivante", per analizzarne i pregi ma anche i tanti limiti, spesso sottovalutati da chi, per incompetenza o per interesse, ne ignora le conseguenze.
Voi che ne pensate?

Quando finirà la crisi?


E' la domanda che mi viene posta più frequentemente: quando finirà la crisi?


La risposta più giusta sarebbe "mai", poiché come in molti si sono accorti questa crisi ha poco in comune con quelle precedenti. Si tratta in realtà di un nuovo modo di fare impresa che sta aprendo nuovi scenari, anche economici.
Di conseguenza una risposta altrettanto giusta da dare ad un imprenditore potrebbe essere "per te la crisi è già finita, a patto che...".
...a patto che ti renda conto di cosa serve oggi di diverso, rispetto a ieri, per non far parte delle tante aziende che verranno inevitabilmente stritolate dalla globalizzazione e dalla grave mancanza di finanziamenti alle imprese (vedi anche l'articolo: Che futuro ci attende?).

Anche nei prossimi anni ne vedremo delle belle, poiché non ci sono segnali che indichino una reale riapertura del credito da parte delle banche. L'obiettivo sarà "sopravvivere" con le proprie forze, per poi andare a prendere quelle fette di mercato lasciate libere da chi non ce la farà. Potrà sembrare un discorso cinico, ma purtroppo è lo scenario più vicino alla realtà.

Cosa servirà, dunque, per rimanere in piedi?
Come sapete non sono un grande amante delle formulette preconfezionate, quindi quelle che seguono sono solo delle indicazioni generali che andrebbero poi calate sulla realtà specifica di ogni azienda. Non sono la panacea assoluta, ma per una PMI potrebbero rappresentare l'unica vera possibilità di salvezza.

- Il primo punto ha a che fare con la "reputazione". Oggi come oggi essere considerati un'azienda seria, affidabile, moderna, ben gestita, che valorizza i rapporti umani, dagli alti standard qualitativi fa davvero la differenza. Parlai già tempo fa di "standard qualitativi" specificandone il vero significato, spesso ignorato dalle aziende.

- Un secondo aspetto è legato alla capacità di allargare i propri orizzonti, ovvero pensare all'internazionalizzazione come alternativa. Certo, non tutto il fatturato può essere fatto con l'estero, ma io consiglio almeno un 30%, per compensare il calo fisiologico italiano. Se non avete la struttura adatta per guardare all'estero l'alternativa è senza dubbio il commercio on line, che richiede meno investimenti ma può aprirvi prospettive nuove.

- Il terzo aspetto è legato all'appartenenza a network territoriali (non virtuali) e a filiere commerciali corte. Le alleanze e le partnership strategiche permetteranno sempre più di non subire la concorrenza sleale di chi punta tutto sul prezzo o sulle promesse irrealizzabili. Quindi l'imprenditore "lupo solitario" o che passa tutta la sua vita in azienda è destinato a scomparire.

- Infine l'approccio "proattivo", ovvero la capacità di avere la mente sgombra per poter cogliere le opportunità che questo nuovo mercato sta dando. Ci sono settori che stanno vivendo un vero e proprio "boom" e che potrebbero creare sinergie con aziende che operano in settori più tradizionali.
Il futuro vedrà il crollo dei settori inflazionati quali l'immobiliare o il tessile, ma vedrà crescere l'alimentare (soprattutto biologico), le energie rinnovabili e tutto quello che viene percepito come "indispensabile". Cerca di capire come puoi crearti un piano B, magari investendo in un'azienda emergente o creando partnership con chi ha un futuro più garantito.

Tutto questo non risolve il problema della crisi globale, ma rappresenta l'unico modo per farcela nel sistema Italia, destinato a peggiorare sempre di più a favore delle nuove economie emergenti. E' un dato di fatto che dobbiamo osservare lucidamente, per poterci muovere di conseguenza.

Ed è quello che stiamo facendo come network Winner Group da 3 anni, con risultati davvero confortanti: www.winnergroup.it


Aggiornamento di Novembre 2011, per chi vuole capire cosa ci aspetta nei prossimi mesi, in termini Macro Economici e Sociali: Dove si andrà a finire?



E' il mezzo che giustifica il fine?


Dirò qualcosa di scontato (a volte è bello essere banali): il mondo ha invertito i segni.
Ha trasformato la vittima in carnefice e viceversa. Ha fatto diventare astuto e furbo chi è semplicemente disonesto, e fesso chi porta avanti i propri valori.
Forse è questa la famosa "inversioni dei poli" di cui parlano tante teorie catastrofiste.
Questo capovolgimento totale ha persino intaccato e stravolto il concetto macchiavellico de "il fine giustifica i mezzi" (in realtà Macchiavelli non l'ha mai sostenuto, ma questa è un'altra storia).
Ora è diventato "i mezzi giustificano il fine". Ovvero la modalità viene prima del motivo per cui si opera in un determinato modo.
Un esempio eclatante è la famosa "motivazione". L'essere motivato (ovvero "il mezzo") giustifica spesso il turpe fine (che potrebbe avere a che fare con l'Egoico bisogno di apparire o di prevalere sugli altri).
Il come lo fai oggi ha più importanza del perché lo fai, sovvertendo uno dei principi base che governa (o dovrebbe governare) la vita. In questo modo il fine può essere lecito o meno, non importa. Addirittura può non esserci un fine, poiché il "mezzo" basta a se stesso.
Con quali conseguenze?
Che passiamo ore ed ore a lavorare e ci scordiamo il perché. Che studiamo per anni e non comprendiamo il perché. Che lottiamo per una vita intera e non sappiamo il perché.
Ciò si trasforma in una frustrazione continua che cerca di trovar pace aumentando la "modalità", invece che soffermarsi un istante sul fine.
L'emozione, ad esempio, è una modalità. Il motivo per cui la provo è il "perché". Ma se mi faccio dominare dall'emozione perdo l'opportunità della comprensione più profonda di me.
Potrei continuare con altri infiniti esempi, ma preferisco fermarmi qui (gli altri ve li dirò il 10 Novembre al Winner Group).

Per ora volevo solo condividere con voi questa volatile riflessione che scomparirà inevitabilmente non appena avrò pubblicato i prossimi 9 post. Com'è giusto che sia.

Tu ci credi ancora?


Ho da porvi una domanda molto importante. Dalle risposte che mi darete (o non mi darete) capirò se sono l'unico ad avere questa idea nella testa o se c'è qualcun altro a pensarla come me.
La domanda è questa: qualcuno di voi crede ancora che sia possibile cambiare lo stato delle cose contando sulla politica? Avete ancora la speranza in un miracoloso intervento, da parte di chi ci governa, finalizzato a rimettere a posto la società, l'economia, il degrado, l'ingiustizia, lo strapotere delle multinazionali, la graduale scomparsa della libertà individuale? Non parlo di destra o sinistra. Intendo tutta la classe politica.
Ve lo chiedo perché io ho abbandonato da tempo questa illusione e non mi aspetto ormai nulla. Anzi, mi stupisco quando la politica non diventa fonte di problemi, per me cittadino. E mi domando se sono io ormai troppo pessimista riguardo a questo, o se il paradosso che vivo (di avvertire come "problema" coloro che dovrebbero essere fonte di soluzioni) è più diffuso di quanto creda.
Se proprio devo dirla tutta sono convinto che gli unici cambiamenti veri possano arrivare dall'unione di forze che arrivino dal "basso". Per fortuna scopro un numero sempre maggiore di gruppi di persone che si coalizzano per portare avanti progetti ed iniziative ignorate (o boicottate) dalle istituzioni pubbliche. Il primo approccio è spesso virtuale, come la maggior parte delle persone che quotidianamente viene a leggere questo blog, ma poi ci si incontra di persona, si iniziano progetti, si costruisce un futuro più vero di quello fittizio che vediamo in TV. E mi chiedo: cosa accadrebbe se tutti questi piccoli gruppi spontanei decidessero di unirsi tra loro? Arriveremmo a creare quella famosa massa critica, necessaria per creare una vera svolta sociale? Noi del Winner Group ad oggi siamo un centinaio, ma quante altre centinaia o migliaia di persone gravitano attorno ad iniziative come la nostra?
Se anche voi, come noi, avete come obiettivo quello di uscire dai meccanismi robotici che tentano di inculcarci (lavora, consuma, ammalati, muori) allora battete un colpo e diteci chi siete e cosa state facendo.
Il vostro progetto è diffondere prodotti biologici? Ottimo.
Avete un sistema meraviglioso per eliminare lo stress? Ditecelo.
Vi incontrate periodicamente per diffondere la cultura delle energie alternative? Perfetto.
Fate parte di un circuito di monete complementari? Meraviglioso.
Non rimanete da soli, non siate esclusivi. Uniamo tutti questi anelli e formiamo una catena solida che possa crescere esponenzialmente.
Forse i tempi sono davvero maturi per cominciare a creare, tutti assieme, qualcosa di grande.
Attendo, fiducioso, il vostro feedback (qui nei commenti o in mail privata a f.cotza@winnergroup.it).

Se ti dicono: non funzionerà mai!

Nell'arco degli anni ho trovato un sistema per capire se una mia idea (o quella di un imprenditore) è ottima oppure va abbandonata.
Basta fare un rapido sondaggio tra persone che solitamente non conducono una vita appagante, che si lamentano di quello che non hanno e che in generale sono insoddisfatti di se stessi e degli altri.
Ebbene, questo persone hanno un grande talento che va sfruttato. Ovvero di battezzare come fallimentari (o troppo difficili da attuare) tutte le grandi idee e di trovare entusiasmanti tutte quelle che non valgono assolutamente nulla.
A questo punto avrete uno strumento quasi perfetto per capire qual è la strada giusta da percorrere e più loro vi diranno che siete dei pazzi e che fallirete più questa vostra certezza crescerà.

Cos'è il Winner Group


Sono passati 10 mesi dall'apertura di questo blog, ed oltre 3000 persone sono passate di qua. Giustamente molti mi scrivono per chiedermi cos'è questo Winner Group che spesso cito e di cui racconto l'evoluzione continua.
Per tutti coloro che ancora non ne fanno parte questa è una breve descrizione che ne racchiude finalità e caratteristiche.

Cos’è il Winner Group

Il Winner Group è un network di aziende accumunate da alti standard qualitativi, che interagiscono tra loro per la creazione di partnership, scambi commerciali, condivisione di strategie vincenti.

E’ nato con lo scopo di creare sul nostro territorio una nuova cultura imprenditoriale, che porti ad una maggiore unione tra le aziende che perseguono la medesima Vision, ovvero Rendere migliori le persone per aumentare il successo delle imprese, grazie alla condivisione di valori comuni.

Come funziona

Ogni mese i soci Winner Group ed i loro ospiti si ritrovano in un incontro pomeridiano, in cui viene affrontato un tema specifico che fornisca strumenti o idee per diventare o rimanere competitivi rispetto alla concorrenza. Tali momenti formativi vengono tenuti da formatori esperti, da imprenditori di successo o da ospiti selezionati.

Oltre alla parte formativa vi sono degli incontri tra gli imprenditori, in piccoli gruppi o individuali, in cui si sviluppano progetti, si creano collaborazioni o strategie comuni.
Infine vi è un momento più informale, caratterizzato da un aperitivo, in cui è possibile interagire tra i soci e gli ospiti presenti.

Per poter partecipare al prossimo incontro Winner Group scrivere a: info@winnergroup.it

Il nuovo Fantozzi: l'imprenditore.


Sono sempre stato affascinato dalla geniale invenzione del personaggio di "Fantozzi", il quale trasferiva con cruda ironia il collaboratore medio degli anni '70: sottomesso e succube ma con rare quanto furiose reazioni (emblematica quella dopo l'ennesima visione della corazzata Potemkin).
Cito questo personaggio perché a ben vedere oggi non rappresenta più il "dipendente medio", ma assomiglia molto di più a colui che, nella saga fantozziana, rappresentava il suo carnefice: l'imprenditore (o mega direttore...).
Questo capovolgimento di ruoli, o meglio di "atteggiamenti" lo si nota meglio "vivendo" una giornata tipo assieme al titolare di PMI, ormai bersagliato da tutti: da clienti, fornitori, banche... e spesso dagli stessi collaboratori!
Ed esattamente come il buon vecchio Fantozzi anche lui, nei momenti di maggiore frustrazione, reagisce con veemenza nella speranza di difendersi da ciò vive come veri e propri attacchi personali.
Potrà sembrare un paradosso, ma una delle prime azioni che mi ritrovo a fare nelle aziende è quella di convincere gli imprenditori che i suoi collaboratori non si sono coalizzati contro di lui per farlo star male, e che dovrebbe avere meno timori nel parlar chiaro con loro, soprattutto rispetto a ciò che non apprezza nei loro comportamenti.
Quello che spesso si crea infatti è uno "stallo" in cui non si parla più con le persone ma si comincia ad "interpretare" o ad "ipotizzare" il motivo per cui quel dipendente ha fatto una determinata azione non corretta:
Titolare: "Secondo me ha sbagliato questa fattura perché non gli ho dato quel permesso il mese scorso...".
Io: Ma gliel'hai chiesto se è per questo?
Titolare: "No, ma sono sicuro che è così"
Io: Chiediamolo a lui.
Titolare: "No, per carità, poi chissà come reagisce"...

Il collaboratore il più delle volte non si comporta in un certo modo per i motivi che suppone l'imprenditore, ma questo non si scoprirà mai perché mancherà il coraggio di affrontare direttamente la questione, andando avanti con i "Secondo me" o, peggio, con i "Mi hanno riferito che...".
Fantozzi, in effetti, non affrontava mai di petto le questione, ma cercava di aggirare il problema, sperando di risolverlo con disastrosi stratagemmi.
Salvo poi, come detto, esplodere in improvvise quanto dannose ribellioni.
Certo, il titolare non "pagherà" mai i suoi scatti di ira venendo crocefisso in sala mensa, ma comincerà ad essere visto come "il matto" o "l'irascibile" che se la piglia spesso con chi non c'entra nulla o per questioni futili.
A pensarci bene anche lui subirà, proprio come Fantozzi, una pubblica crocifissione...


Ma tu chi sei?


Per interposta persona (cioè senza che la persona avesse il coraggio di dirmelo direttamente) mi è arrivata una critica che in realtà mi ha dato una grande gioia.
La critica, in sintesi era: "Cotza non si capisce che lavoro fa. Sono persino andata nel suo sito e non ci ho capito nulla".
L'Ego ha bisogno di ruoli ben definiti per trovare appagamento. Ruoli per se stesso (io sono il...) e per chi lo circonda. Quando non riesce ad attribuire ruoli si sente spaesato o addirittura infastidito. Quella persona è buona o cattiva? E' ricca o povera? Seria o buffona?
Qualche post fa lanciai una provocazione (http://fabrizio-cotza.blogspot.com/2010/09/identita-e-ruolo.html), culminata nella pubblicazione di una finta ricetta di cucina. Che ci fa in questo blog una ricetta di cucina? Niente. Destabilizza solo chi se la ritrova davanti senza riuscire a dargli un senso logico. Potrebbe quasi infastidire. Infatti dopo un po' cancellai quella ricetta, apparentemente insensata rispetto al tema del blog.

Ebbene, il fatto che qualcuno veda questa mancanza di ruolo chiaro come un limite o un segnale di poca professionalità ("mica si capisce che fa il formatore!" avrebbe detto questa persona) mi rallegra assai perché significa che pian piano, a piccolissimi passi, sto andando nella direzione che ho deciso per me. Ovvero uscire dal "personaggio" che gli altri vorrebbero che io fossi: "Il buon figlio" ,"il bravo marito", "l'impeccabile professionista", "l'amico comprensivo"...
L'Ego ovviamente si ribella furiosamente nella testa, con pensieri del tipo "e ora che diranno le persone di te?" e cerca in questo modo di boicottare i piccoli risultati raggiunti. Subdolamente fa appello alle "buone ragioni" per cui dovrei allinearmi a ciò che gli altri vogliono: perderai i clienti, gli amici si allontaneranno, i tuoi genitori saranno scontenti di te!
Ma è in questo sottile confine tra ciò che è "socialmente giusto" e ciò che è "veramente giusto" che si deciderà chi l'avrà vinta.
E se un giorno vi chiederete (poiché non avete davvero nient'altro da fare!): "Chi è Fabrizio?" senza riuscire a rispondervi, beh, allora andremo a brindare assieme ;)


Una violenza piccola piccola


I recenti episodi di cronaca hanno evidenziato quanto le persone siano sensibili (a volte morbosamente) rispetto agli episodi di violenza fisica. Un omicidio, soprattutto se dai contorni torbidi, innesca il nostro naturale sdegno e porta ad una condanna feroce degli assassini.
C'è però, molto più sottile e strisciante, sommersa e poco considerata, una violenza psicologica che non fa morti e feriti ma uccide allo stesso modo, senza che nessuno ne parli.

Piccolo esempio.
Ora di pranzo, dentro ad un ristorante piuttosto affollato. Aspettiamo 20 minuti per ordinare, oltre 50 per venire serviti. Dai tavoli qualcuno si lamenta. Civilmente, ma si lamenta. Nelle tovagliette di carta c'è un riquadro che invita ad esprimere le proprie "impressioni sul ristorante". Una bic passa di tavolo in tavolo, tutti vogliono scrivere per sfogarsi un po' rispetto all'ignobile servizio.
La mia deformazione professionale mi porta a cercare "le cause", ma questa volta non serve neppure tanta esperienza per comprenderle.
Il titolare, proprio davanti a noi, comincia ad insultare il cameriere dandogli dell'imbecille. Poi lo sposta di forza e gli dice "togliti, faccio io qui".
Dopo 10 minuti, passando di nuovo tra i tavoli esclama "il problema di questo ristorante è che ci vorrebbero dei camerieri!".
Noi clienti ci guardiamo sbigottiti. I camerieri diventano sempre più timorosi e con vergogna si avvicinano a noi per chiedere "tutto bene?".
Non è la prima volta che andiamo in quel ristorante, purtroppo è l'unico in quella zona e li salva una carne alla griglia eccezionale. Ma sarà di sicuro l'ultima.
Non abbiamo mai visto gli stessi camerieri due volte di seguito, ma il caos è sempre lo stesso. E le imprecazioni del titolare diventano sempre più insopportabili.

Mi chiedo:
- Questo signore ha la consapevolezza del fatto che con questo atteggiamento esercita una violenza psicologica nei confronti dei suoi collaboratori che è ingiustificabile tanto quanto la violenza fisica?
- Questo signore si è chiesto perché perde quei pochi camerieri bravi che ha ed osa lamentarsi solo di quelli scarsi che gli rimangono (gli unici costretti a sopportare un personaggio così?).
- Questo signore che vita mediocre fa, sempre arrabbiato con tutti e perennemente agitato?

Abbiamo provato a parlargli, ma lui si è definito un grande imprenditore con un solo problema: l'inettitudine dei suoi collaboratori.
Ci ha magnificato la sua capacità di aprire locali, la sua cura nel cercare la carne migliore, il suo grande fiuto per gli affari.
E più parlava più vedevo il degrado a cui può arrivare un essere umano totalmente concentrato su di sé.
Ma nessun telegiornale parlerà di questa notizia, nessun reporter intervisterà vittime e carnefici. Rimarrà una piccola storia insignificante, un dramma leggero e senza importanza. Il lento suicidio-omicidio di cui, purtroppo, nessuno parlerà.

Telepass


Ecco un esempio di intelligenza organizzativa aziendale.
Nei vari spostamenti per lavoro entro ed esco molto spesso dall'autostrada. Ho il Telepass, ma a volte capita che in uscita non funzioni e la sbarra rimane giù. Una voce ti chiede "dove è entrato?", tu rispondi e loro ti fanno passare. E' ovviamente un rapporto basato totalmente sulla fiducia, poiché io potrei dichiarare qualsiasi cosa, anche non vera. Eppure non mi è mai sfiorata l'idea di dichiarare un casello d'entrata più vicino per pagare meno. Non è solo una questione di moralità o di mia integrità personale. E' una cosa più sottile che scatta nel momento in cui sento di avere una fiducia incondizionata dall'altra parte (in questo caso coatta, poiché non credo che potrebbero fare diversamente).
Ora, non sapremo mai quanto le Autostrade perdono per colpa di qualche furbetto che dichiara il falso, ma penso ai costi che avrebbe l'organizzazione di un sistema mirato a verificare o controllare le false dichiarazioni. Soprattutto in termini di customer incazzescion (io protesterei sul fatto che la loro tecnologia fa schifo visto che ogni tanto il telepass non funziona, cosa che invece non ho mai pensato, dal momento che non mi crea nessun danno o disagio).
Ebbene, credo che se applicassimo più spesso la politica organizzativa della fiducia potremmo sorprenderci nel constatare quanti vantaggi porta, sia con i collaboratori interni che con i clienti e fornitori.

Meglio essere anatre?


Per spiegare come l'Ego si impossessa della nostra vita basta paragonarsi al comportamento che avrebbero due anatre nel caso una invadesse il territorio dell'altra.
Si azzufferebbero di sicuro, ristabilendo alla fine i loro confini, ma subito dopo ciascuna tornerebbe pacifica alla propria vita, scaricando con qualche battito d'ali l'adrenalina rimasta in corpo.
Noi invece che faremmo subito dopo la disputa? Cominceremmo a rimuginare sull'accaduto con pensieri del tipo "Ma come si è permesso di invadere il mio territorio? Eppure lo sa che qua ci sto io... ah, ma questa adesso non gliela faccio passare liscia... anzi, ora che ci penso anche il mese scorso l'ho visto che confabulava con altre anatre, di sicuro starà architettando qualcosa contro di me... devo assolutamente fare qualcosa, se no questo mi frega..." e così via per ore.
Come appare evidente il problema non starebbe tanto nello scontro in sé, quanto nell'energia negativa accumulata successivamente nel dar libero spazio ai pensieri dell'Ego.
Forse in questo le anatre sono meglio di noi.

Nuova campagna pubblicitaria All Winners


In linea con il nuovo approccio formativo elaborato negli ultimi mesi uscirà una nuova campagna pubblicitaria di All Winners, che ne racchiude i concetti fondamentali.
Mi piace in particolare il nuovo pay off, in cui gli eroi non siamo ovviamente noi ma i tanti imprenditori che in maniera eroica stanno superando questi momenti non facili.

Concorso per blog

Ho inserito questo blog su Libero Mobile per permettervi di leggerlo dal vostro telefonino. Questo è il link: http://migliorare.m.libero.it
Se poi volete votare al concorso organizzato per premiare i migliori Blog Mobile questo è il link per dare la vostra preferenza:
Grazie in anticipo a tutti coloro che voteranno ;)

Stiamo cercando aziende che...


Stiamo cercando aziende in diversi settori merceologici, per implementare il progetto di "filiera corta ed autosufficiente" nato all'interno del Network "Winner Group" Emilia Romagna.
Di fatto ci servono aziende fornitrici di beni e servizi utilizzabili dai soci del nostro Network che abbiano alti standard qualitativi e condividano già alcuni valori fondamentali, quali l'ottica win-win, l'automiglioramento continuo e la condivisione di azioni di successo imprenditoriale.

I settori che al momento ci interesserebbe coinvolgere sono:
- cancelleria e materiale di consumo per uffici
- pulizia uffici
- agroalimentare (meglio se aziende agricole che coltivano/producono prodotti nel territorio emiliano-romagnolo)
- tipografie
- carburanti
- concessionarie d'auto
- tickets restaurant
- agenzie viaggio (meglio se specializzati in viaggi incentive)
- assicurazioni
- banche
- assistenza tecniche/noleggio/vendita attrezzature da ufficio

Altre aziende di settori non contemplati nella lista potranno comunque proporsi e verrà valutato caso per caso la reale possibilità di entrare nel circuito.
Per ulteriori informazioni o precisazioni scrivere a info@winnergroup.it oppure potete contattarci telefonicamente al 347 9330587.
Grazie in anticipo a tutti.

L'unica soluzione contro la crisi


Ultimamente imperversano gli slogan di miei "colleghi" consulenti aziendali, i quali assicurano di avere la formula magica per poter combattere la crisi.
Ora, non discuto che ci sia qualcuno in possesso di questi segreti (così celati che persino i grandi economisti ne ignorano l'esistenza), ma quello che mi stupisce è la rapidità con cui affermano di poterli trasferire al solito imprenditore ignorante (ovvero che ignora tali segreti).
Di solito basta un corso, o un seminario, o un dvd, o un e-book.
Una capacità di sintesi al limite del miracoloso. E poiché ritengo che ci sia sempre da imparare dagli altri, spesso investo tempo e denaro per venire anche io illuminato e poterlo così trasferire agli altri imprenditori con cui lavoro.
Effettivamente non hanno tradito le attese ed ho potuto stilare una sorta di "classifica" dei consigli più significativi.

Al primo posto, in assoluto il più citato, il suggerimento di diventare un vero "Leader". Tesi supportata spesso dall'elenco di una serie di leader che in effetti hanno fatto crescere la loro multinazionale e che sono diventati super ricchissimissimi. Molto significativi e realistici gli esempi di personaggi storici quali Napoleone, Cesare, Carlo Magno, Ivan il Terribile e (qualcuno) Pipino il Breve e Hitler.

Al secondo posto, molto più raffinato e moderno, il consiglio di avere un sogno/obiettivo/meta. In questo caso si fa notare come, riprendendo i famosi concetti estrapolati dal libro "the secret", se tu immagini e desideri fortemente qualcosa è più facile che si realizzi. Non viene però specificato se per poter sognare in maniera più vivida sia lecito far uso di droghe o allucinogeni vari. Questo forse viene rivelato nei corsi intensivi successivi o negli incontri di coaching individuale.

Al terzo posto finalmente un consiglio più pratico per chi ha il fatturato in caduta libera da 5 anni: interessarsi al cliente. Qui gli esperti entrano anche nei dettagli spiegandoti che ogni tanto devi telefonare ai tuoi clienti, che quando li incontri non devi metterti le dita nel naso e che se ogni tanto gli dici "io non sono qui per venderti ma perché voglio davvero, fortemente, intensamente aiutarti" allora lui ti firmerà ogni tipo di contratto senza neppure discutere di prezzi.

Al quarto posto, un po' più distaccato dagli altri tre, c'è il consiglio di tagliare i costi fissi e di aumentare la marginalità. Se hai 20 dipendenti 10 lasciali a casa. Se il tuo prodotto costa 5 portalo a costare 8. Se spendevi 100 in stipendi fissi metti tutti a contratto a progetto. Tale consiglio è così semplice che spesso non viene spiegato come fare operativamente (dopotutto qualcosa l'imprenditore dovrà pur fare!).

Al quinto posto vi sono in realtà una serie di consigli che spaziano dal "non avere l'amante" al "non incrociare le braccia quando sei dal cliente", ma anche tecniche ipnotiche per farti dire sempre di sì, strategie motivazionali per far lavorare 14 ore al giorno i tuoi collaboratori, riunioni deliranti per far credere ad una massa di venditori che la mission aziendale non è far comprare la Lamborghini al titolare bensì salvare il mondo.

Bene. Io ho provato ad applicare per anni buona parte di questi consigli e li ho persino trasferiti a mia volta con grande convinzione.
Ma quello di cui mi sono reso conto è questo:

- Non puoi diventare un leader solo perché leggi un libro o ti viene spiegato cos'è la leadership. Senza voler tirare in ballo il concetto di carisma innato, tu puoi essere un leader ma anche un mezzo criminale o un cinico arrivista che "usa" la propria leadership per manipolare o sfruttare chi ti circonda. Forse usando alcune tecniche spremerai meglio i tuoi collaboratori e guadagnerai qualche euro in più, ma forse hai perso per strada qualche valore più importante. E come essere umano fai schifo.

- Il "sogno" uno ce l'ha o non ce l'ha. E' molto difficile, se non impossibile, spiegare razionalmente alle persone come costruirsi una loro "vision". Poiché essa viene da qualcosa di più grande che fa parte della persona, non è una "cosa" che uno decide di avere perché così supera la crisi. E' come dire ad una persona arida che deve cominciare ad amare. Se lui è arido è perché è incapace di amare. Per quanto riguarda i concetti di obiettivi/target/budget erano cose che fino a qualche anno fa potevano servire perché il mercato consentiva di "pianificare". Oggi servono a ben poco o rischiano addirittura di essere controproducenti.

- L'interesse al cliente... appena mi ritrovo di fronte un venditore che accenna questa immane cazzata che lui non vuole vendermi ma solo "interessarsi" a me o "aiutarmi", la mano mi va subito alla pistola. Poiché è lo stesso venditore che se poi non ti vende il giorno dopo manco ti saluta. E' lo steso venditore che non è neppure capace di aiutare o di interessarsi a sua moglie o ad un amico. Ma improvvisamente sprigiona tutti i suoi migliori sentimenti quando ha me di fronte come potenziale cliente. Buffoni ipocriti.

- La genialata di tagliare i costi fissi ed aumentare i prezzi la può sostenere solo uno che l'azienda non ce l'ha o che ha pozzi di petrolio. Per quanto è vero che non si supera la crisi facendo la lotta sul prezzo è altrettanto vero che se non si ha solo l'ottica cinica del profitto è disumano speculare sui dipendenti per abbassare i costi fissi. Nessun imprenditore locale potrà mai usare tecniche tipiche delle grandi multinazionali in cui i dipendenti sono numeri e non esseri umani con famiglie.

- Sulle varie ed eventuali degli altri consigli preferisco non perdere neppure tempo a spiegare il motivo per cui risultano essere banalità, utopie o (peggio) tecniche di dubbio valore etico.

Detto questo, è vero che ci sono aziende che stanno superando bene la crisi e che stanno crescendo. Io stesso osservo cosa fanno di diverso quegli imprenditori per non venire schiacciati dal mercato. E più li osservo più capisco che si tratta sempre di un mix infinito di micro-azioni, di piccoli atteggiamenti, di numerose idee. A volte fanno la stessa cosa di un concorrente ma a loro riesce e l'altro fallisce. E tu, se sei sincero con te stesso, non sai qual è stata la reale differenza tra i due.
Le formulette, i segreti per gli eletti, le tecniche infallibili di solito fanno arricchire solo una categoria di professionisti: quella dei pseudo consulenti/formatori (il più delle volte totalmente incapaci di fare un centesimo di quello che hanno fatto gli imprenditori a cui vorrebbero dare consigli).

La verità è che nel futuro dovremo rivoluzionare davvero il nostro modo di concepire l'impresa, poiché la sopravvivenza è destinata a passare attraverso la creazione di micro-mondi autosufficienti che preservino dalla globalizzazione imperante.
Questo significa filiera corta per chi non esporta e nicchia selezionata (con prodotti innovativi) per chi lavora anche con altri paesi.
Significa dover fare i conti con il cash flow, quindi trovare nuovi sistemi per incrementare la liquidità (da qui la nascita delle monete complementari).
Significa far parte di un gruppo omogeneo e compatto, poiché i lupi solitari sono destinati a scomparire.
Tutto il resto, come dice il nostro responsabile marketing, ha lo stesso valore di un'aspirina presa per curare un tumore.

Intervento choc di Barnard al Winner Group


Ieri al Winner Group abbiamo assistito ad un intervento piuttosto traumatizzante da parte del noto giornalista Paolo Barnard, il quale ci ha dimostrato in che modo l'introduzione dell'Euro ha radicalmente cambiato l'economia del nostro paese (e di tutti gli altri in zona Euro) e soprattutto come in futuro la distruggerà..
Barnard, nel parlare agli imprenditori presenti, ha lanciato un allarme che ha destabilizzato il naturale ottimismo che contraddistingue il nostro gruppo, dichiarando in maniera ferma che le cose sono destinate a diventare sempre più difficili per le PMI, a causa dello strapotere di grossi gruppi che fagociteranno tutte le piccole realtà produttive.

Sebbene questo messaggio possa aver inizialmente scosso parecchi di noi, credo che rappresenti anche una grande opportunità per prendere in anticipo alcune precauzioni, o meglio, per poter cominciare a fare qualcosa di importante oggi che ci tuteli in futuro (come persone oltre che come imprenditori).
Ovviamente tutti noi siamo più "motivati" nel sentirci dire che la crisi è finita, che il peggio è passato e che tutti quanti torneremo ai fasti di qualche anno fa. Ma la motivazione deve fare i conti con la realtà (e ancora di più con i numeri). Ed una consapevolezza maggiore deve portare ad un cambio di prospettiva in cui non è più sufficiente scrivere gli obiettivi per il prossimo anno, o pianificare il budget, per garantire alla propria impresa un futuro di stabilità e crescita.
Il vero cambio di paradigma consiste nel capire come non venire fagocitati dalla globalizzazione, dalle multinazionali, dai meccanismi più grandi di noi.
Ecco perché la soluzione non può che essere "controcorrente": tornare ad un'economia locale, alla filiera corta, allo scambio tra soggetti che hanno rapporti diretti e di fiducia. Non puoi contrastare la corrente di un fiume in piena, ma puoi metterti al margine dove la sua forza è minore, per poter decidere autonomamente la direzione da prendere.

Questo non significa dover abbandonare i grandi sogni, i progetti importanti, il desiderio di crescita. Tutt'altro. Significa unire la propria passione in ciò che si fa ad una progettualità concreta che tenga conto di cosa sta succedendo attorno a noi (e sopra di noi).
Il progetto è già partito da ieri, grazie anche al prezioso lavoro fatto dai gruppi di discussione creati subito dopo l'intervento di Barnard. Per adesso è ancora solo una sfida, una scommessa per i più coraggiosi. Ma da quando in qua i grandi cambiamenti sono stati realizzati dagli attendisti, dai pavidi e dagli scettici?

Preferisco

Preferisco avere pochi amici
che tanti ammiratori.
Preferisco donare 100 euro
che fatturarne 1.000.000.
Preferisco risultare antipatico a qualcuno
che essere compiacente con tutti.
Preferisco aiutare una persona
che illuderne 1.000.
Preferisco lottare per un mio sogno
che immolarmi per l'arrivismo altrui.
Preferisco avere 10 combattenti fidati
che 100 mercenari.
Preferisco scegliere una strada
che perdermi in infiniti falsi sentieri.
Preferisco guardarmi serenamente allo specchio
che scorgermi riflesso in troppe vetrine.
Preferisco conversare con una sola persona intelligente
che tenere conferenze ad un migliaio di persone ipnotizzate.
Preferisco quella tua unica idea bislacca
che le loro granitiche certezze.
Preferisco avere una preferenza
che un'accettazione passiva di tutto quello che non mi piace.


Una felicità infelice


Eccomi di nuovo qui.
Sono reduce da una bella vacanza, una crociera sul Mediterraneo. Un'esperienza interessante non solo per i bei luoghi visitati ma anche per aver osservato dinamiche umane affascinanti e strettamente legate al concetto di "felicità" o, se preferite, di serenità interiore.
Molte persone che erano lì stavano realizzando un piccolo sogno, la vacanza immaginata e attesa per mesi, forse anni. Lo si poteva capire soprattutto dal primo giorno, in cui si notava nelle espressioni della maggior parte di loro un entusiasmo ed uno stupore fanciullesco.
Il che era perfettamente comprensibile.
Ciò che invece mi ha lasciato perplesso è stato notare cosa è successo subito dopo. L'ho chiamata la "felicità infelice". Infatti tutto ciò che avrebbe dovuto rappresentare motivo di gioia o divertimento nel corso dei giorni si è trasformato per alcuni di loro in causa di ansia, stress, nervosismo.
Reduci da un'escursione, magari in un luogo ricco di storia e fascino, riuscivano a concentrarsi unicamente sul fatto che la guida era stata poco precisa, che nell'autobus l'aria condizionata era troppo alta, che i venditori di souvenir erano stati eccessivamente assillanti. Li ritrovavamo a cena stanchi o arrabbiati, esattamente come dopo una giornata di pesante lavoro d'ufficio.
E l'aspettativa era sempre sul giorno dopo, su quello che si sarebbe fatto.
Ma il giorno successivo diventava occasione per altre lamentele, altre insoddisfazioni, altri buoni motivi di stress.
Queste persone non riuscivano neppure a godere del loro sogno realizzato e non perché fosse inferiore alle aspettative, ma perché ormai abituati a fare tutto con sforzo e fatica.
C'era da mangiare per il doppio delle persone presenti in nave, ma litigavano per superare la fila al buffet. C'erano spazi infiniti ma loro volevano occupare quella specifica poltroncina. Il personale era delizioso ma loro notavano l'unica smorfia dell'unico cameriere affaticato.
E negli ultimi giorni di viaggio cominciavano a desiderare di ritornare a casa loro. La stessa casa che tra una settimana troveranno insopportabile e che vorranno abbandonare per farsi una bella vacanza "rilassante".
Quando questo meccanismo prende il sopravvento sull'essere umano la felicità non è mai felice, il presente è sempre insoddisfacente e si vive esclusivamente in attesa di un futuro migliore che comunque deluderà. E' l'eterna attesa di chi non avrà vissuto neanche un istante, è l'immane fatica di chi è perennemente in lotta, è il grande incantesimo da cui bisogna assolutamente liberarsi. Oppure la meravigliosa crociera della Vita si trasformerà in un angoscioso viaggio senza meta.