Cosa si aspetta un imprenditore da un network


Abbiamo chiesto ai soci e agli ospiti di Winner Group cosa si aspettano da un network di aziende e le risposte che abbiamo ricevuto sono molto interessanti, a volte quasi sorprendenti. Innanzitutto al primo posto non c'è il desiderio di fare "business" bensì quello di scambiarsi esperienze e strategie di successo. Come a dire: il business che ne viene è una conseguenza secondaria del saper fare bene il proprio lavoro da imprenditore.
Questo dato testimonia anche l'elevato livello qualitativo di chi frequenta il Winner Group (alla stessa domanda, la maggior parte degli imprenditori comuni risponderebbe che non ha tempo per le chiacchiere, lui deve uscire prima dalla crisi!).

Ci sono anche altre cose che sono emerse, ma poiché ne parleremo al Winner Group di domani non voglio togliere la sorpresa a chi di voi ci sarà.
Ma fra qualche giorno prometto di postare in maniera più dettagliata i risultati di questo nostro sondaggio.

L'allegria, sintomo di eccellenza?


Ieri sera ho partecipato ad una divertente ed informale festa organizzata da un mio cliente per festeggiare i 30 anni di attività. Tra una grigliata di carne e un sfida a beach volley, tra un tuffo in piscina (più o meno volontario) ed un brindisi è venuta fuori una serata dai mille spunti, anche professionali.
Erano infatti presenti quasi tutti i migliori collaboratori dell'azienda e ciò che notavo in loro era una contagiosa e spontanea allegria, la stessa che si nota anche quando sono in azienda a lavorare.
Forse è solo una coincidenza, ma spesso mi capita di notare come coincida l'eccellenza lavorativa con il buon umore, la capacità di sapersi prendere un po' in giro, lo sdrammatizzare i problemi o le difficoltà.
Anche in un momento ludico emergono i leader, gli stakanovisti, i creatori di valore. Perché l'atteggiamento al lavoro spesso si riflette nell'atteggiamento alla vita, e viceversa.

Ben vengano quindi in azienda le persone che hanno già di loro un approccio ottimistico alla vita, che non si impermalosiscono se qualcuno gli fa un'osservazione, che sanno fare gruppo includendo anche chi è meno socievole, che amano mettersi a disposizione del prossimo.
Queste caratteristiche raramente possono venir sviluppate con un corso di formazione o con delle "regole aziendali". Fanno già parte dell'individuo.
Questo non significa escludere chi ha un carattere un po' più introverso o meno socievole. Anzi. Significa dar loro la possibilità di esprimersi meglio, proprio perché circondati da un ambiente positivo e costruttivo, creato proprio da chi è spontaneamente più estroverso.

L'importante è che non avvenga il contrario. Ovvero che i pochi dal carattere più polemico o critico non vadano a condizionare chi non è come loro, additandoli come persone "poco serie" o "furbe". La diversità va accettata da parte di entrambi e tutti devono rispettare le persone che hanno attorno. Ma dalla mia esperienza gli "intolleranti" non sono quasi mai i creatori di energia positiva. Spesso gli intolleranti sono proprio i dissipatori di quell'energia, attentissimi nel notare negli altri la più piccola mancanza ma assolutamente incapaci di vedere le proprie.
Ed è solo da quest'ultimo tipo di persone che la parte "sana" si deve difendere.

Non fare l'indovino, fai i sondaggi!


Trovo piuttosto buffo lo sforzo che fanno molti imprenditori nel "cercare di capire cosa vogliono i loro clienti". Passano giorni e giorni a meditare dentro ai loro uffici, leggono le riviste di settore, organizzano interminabili sedute di brainstorming tra i vari responsabili, ingaggiano noi consulenti per avere consigli illuminanti, consultano oracoli, leggono i tarocchi... e poi non fanno la cosa più semplice: non lo chiedono direttamente ai loro clienti!
I sondaggi sono ad oggi lo strumento più potente per comprendere nello specifico:
- cosa amano di noi i nostri i clienti (e quindi va mantenuto o rafforzato)
- cosa vorrebbero da noi i nostri clienti (e quindi cosa gli va offerto prima che lo faccia un concorrente)
- cosa vorrebbero da noi i nostri potenziali clienti (che nessuno ancora gli offre).

Semplice, direte voi. Difatti il concetto non è difficile, ma va detto che realizzare un sondaggio che sia poi "usufruibile" non è così immediato. Serve tempo, competenza e capacità di analizzare i risultati.
Per questo motivo il prossimo Winner Group, che si terrà il 20 Luglio, sarà incentrato proprio su questo argomento, al fine di poter dare agli imprenditori le basi per poter poi utilizzare i sondaggi in maniera appropriata.
La relatrice sarà Barbara Cattani di All Winners, che ci presenterà numerosi casi pratici ed alcuni casi aziendali davvero interessanti.
Vi aspettiamo numerosi come sempre.
(Per prenotarsi scrivere a info@winnergroup.it)

Il vero bene per gli altri


Rimango sempre molto colpito quando trovo all'interno delle aziende qualcuno che si oppone ad avere premi ed incentivi meritocratici. Il concetto del premio "a tutti o a nessuno" diventa quasi irrazionale, soprattutto quando proviene da chi si auto proclama "difensore dei diritti dei lavoratori".
Trovo che sia piuttosto frustrante, per chiunque svolga una normalissima attività, vedere ricompensati i propri sforzi nell'esatta misura in cui viene ricompensato chi quegli sforzi non li fa, o ne fa molti meno.
Si potrebbe quindi pensare che l'opposizione arrivi proprio da chi è già consapevole di non voler fare bene quanto gli altri. Ma non è sempre così. Ho trovato anche discreti lavoratori che si opponevano alla meritocrazia "per principio", il che mi ha fatto riflettere su cosa caratterizzi davvero queste persone.

Io ammiro molto chi ha dei propri valori ed ideali, ma allo stesso tempo penso che un principio debba basarsi su un reale bene per gli altri. Se tu, per tutelarmi, mi crei un danno, allora non mi stai davvero tutelando. Se sei contrario alla meritocrazia dovresti poter argomentare razionalmente la tua presa di posizione, non farne solo una vaga questione di "principio".
Una motivazione che mi viene data è che chi non prende il premio poi si demotiva. In effetti a nessuno piace perdere un'opportunità, ma chi la perde dovrebbe cogliere l'occasione per chiedersi: "Come mai l'ho persa? Come mai la maggior parte dei miei colleghi o dei miei responsabili ha giudicato negative le mie prestazioni o i miei atteggiamenti?".
A questo punto viene fuori la seconda obiezione: i risultati di una premiazione sono in gran parte dovuti alle "simpatie/antipatie" di chi vota. Il che è verissimo. Ma ancora una volta la persona dovrebbe chiedersi: "Come mai alla maggior parte dei miei colleghi risulto antipatico?".

Tendenzialmente chi si giustifica uno scarso risultato non sta solo perdendo l'incentivo in palio (che comunque non avrebbe, se non ci fossero incentivi in azienda), ma sta perdendo un'opportunità unica per domandarsi in che cosa dovrebbe realmente migliorarsi per andare maggiormente d'accordo con gli altri, per ricevere più collaborazione, per risultare più simpatico, per essere visto come un esempio dagli altri.
Molto spesso chi è contrario agli incentivi meritocratici in azienda coincide con chi è meno disponibile a mettersi in gioco o a modificare i propri atteggiamenti (sebbene a voce possa affermarlo). In poche parole manifesta in questo modo la sua poca autostima ed è come se comunicasse agli altri: siccome non voglio migliorare me stesso, so che non arriverò mai a raggiungere i premi destinati ai migliori. Quindi non voglio neppure che siano gli altri a prenderli.
Una visione piuttosto egoistica, spacciata però però per "salvaguardia" degli "altri" (dove gli altri, di solito, sono quei pochi che come lui faticano a mettersi in gioco). Purtroppo queste persone potrebbero far sentire in colpa chi il premio lo prende, chi si dà da fare, chi cerca di migliorarsi, additandolo come "leccaculo" o "venduto". Ed a volte questo senso di colpa attecchisce, soprattutto tra le persone più sensibili.
Quando questo accade provo un grande dispiacere, poiché mi rendo conto che la singola mela marcia può davvero intaccare un intero cestino di mele sane, desiderose solo di salvaguardare la loro "salute".
E se proprio non rimane altro da fare l'ultima soluzione possibile, per il vero bene degli altri, è quella di togliere la mela dal cestino. Anche a costo di passare per i "cattivi" della situazione.

Personalità pericolose - Parte II


C'è un aspetto che a volte trascuriamo quando ci relazioniamo con gli altri. Ovvero la loro tendenza a crearci paure o ansie.
E' in realtà una modalità (conscia o inconscia) per tentare di avere controllo su noi: ti creo un timore nei confronti di qualcosa o un dubbio rispetto le tue capacità, per poi insinuare l'idea che solo io posso aiutarti o risolvere quel problema (il più delle volte inesistente).
Facciamo un esempio.
Se ti dico: "Col brutto carattere che hai solo uno come me può sopportarti", cosa sto facendo? Innanzitutto sto spacciando per oggettiva una considerazione soggettiva (ovvero che tu abbia un brutto carattere). Quindi ti potrei insinuare l'idea che quando qualcosa non va è colpa del "tuo brutto carattere". E che se io ti lascio tu sei nei guai perché "uno come me non lo troverai mai più". Se l'altra persona comincia a credere a questa teoria ecco che in automatico comincerà ad accettare passivamente tutto ciò che io gli faccio, per paura che io davvero lo possa lasciare.

Oppure: "Questa cosa è molto complessa, senza di me farete fatica a portarla avanti".
Ancora una volta si dà per scontata una considerazione soggettiva (la complessità) senza dare all'altra persona la possibilità di valutarne la veridicità. Il fatto che solo io mi occupi di quella cosa "complessa" senza mai insegnarla a qualcun altro darà la percezione che io abbia detto una cosa vera. Quindi divento indispensabile. E se sono indispensabile posso cominciare una lenta e sottile forma di ricatto nei confronti degli altri. Tipo: "Se non vi sta bene il mio carattere me ne vado SUBITO", sapendo perfettamente che avendo creato attorno a me questo mito di essere l'unico a saper fare le cose nessuno mai mi dirà "Sì, vattene" (anche se sarebbe la scelta migliore).
Il pericolo sta nel fatto che molte di queste espressioni sembrano innocue o addirittura frutto di grande benevolenza nei confronti degli altri "poveri mortali".
Ma ad un'osservazione più attenta noteremo che implicano sempre una sorta di implicito ricatto volto a rendere "dipendente" chi gli è accanto.
Se l'altra persona, anche per una frazione di secondo, dovesse pensare "io senza di lui non potrei riuscire a..." ecco che il primo ingranaggio di un meccanismo più complesso è stato inserito. E col tempo potrebbe essere non facile riconoscerlo. A lungo andare, infatti, la dipendenza diverrà da virtuale a reale, confermando la profezia del nostro carnefice.
Le conseguenze saranno a quel punto molto visibili: insicurezze, ansie, paura di non farcela da soli, timori irrazionali, pensieri invalidanti e a volte persino forme depressive.

Come evitare di cadere nella trappola? Innanzitutto riconoscendo subito queste comunicazioni volte a farci sentire sbagliati, in pericolo oppure inutili. Il prendere coscienza aiuta infatti a non accettare tali messaggi, ricordando invece a noi stessi la nostra autonomia e forza.
Nel momento stesso in cui non ci renderemo complici di questi attacchi vedremo la vera natura di chi abbiamo di fronte, ovvero se davvero l'intento era quello di aiutarci o soltanto quello di dominarci.