Errori da evitare in un colloquio di lavoro


I dati sulla disoccupazione parlano chiaro: trovare lavoro oggi in Italia, soprattutto se si è giovani, diventa sempre più difficile. Eppure c’è un altro dato, apparentemente contraddittorio rispetto al primo, ovvero il numero di posti che le aziende offrono senza riuscire a trovare personale adeguato: oltre 630 mila secondo i dati ISTAT.

Questi due dati potrebbero apparire contraddittori, ma solo per chi non ha mai assistito di recente a colloqui di lavoro. A me capita spesso, su richiesta dei titolari di aziende, disperati per aver sbagliato assunzioni precedenti e desiderosi di trovare persone che diano loro un vero contributo.
Ebbene in un colloquio solitamente emergono i due problemi di base, che poi spesso creano i numeri di cui abbiamo parlato prima: titolari e candidati incapaci di fare un colloquio di selezione.

Partiamo dagli errori più classici di chi assume.

La truffa di Alcoa

Non è possibile rimanere indifferente di fronte alla disperazione dei minatori sardi o degli operai dell'Alcoa, i quali stanno giustamente lottando per ottenere quello che in Italia è definito un "diritto", ovvero il lavoro.
Premesso che i diritti in Italia sono un bluff, poiché diventano fonte di privilegi per pochi e aria fritta per tutti gli altri, quello che sconcerta è il modo in cui è stata gestita tutta la faccenda di Alcoa negli ultimi 15 anni. Lo Stato ha infatti sovvenzionato un'azienda che non aveva alcun futuro solo per impedire che lasciasse a casa i suoi dipendenti, ma in realtà ha solo buttato via ben 3 miliardi di Euro per ritardare una scelta che era ormai stata presa.
Ci si chiede se con tutti quei soldi si poteva far altro, invece che prolungare l'agonia di un'azienda straniera, interessata solo a prendere finché c'era da prendere, per poi trasferirsi altrove non appena i rubinetti venivano chiusi.

Con 3 miliardi di euro si sarebbero potute aiutare le piccole e medie imprese sarde, oppure si potevano incentivare le start-up con progetti legati alla valorizzazione del territorio. Destinando 50 mila euro ad azienda si sarebbero potute aiutare 60.000 attività, dando loro percorsi di affiancamento imprenditoriale per almeno 3 anni, quindi non solo denaro ma anche gli strumenti per essere competitivi (la famosa canna da pesca, invece del pesce già pescato).


Passaggio di consegne

Per passaggio di consegne in azienda si intende tutto ciò che va da un complesso ricambio generazionale ad una semplice fase di delega ad un collaboratore.
E' un aspetto sempre molto delicato, poiché bisogna lavorare contemporaneamente su più fronti, non dando per scontato nulla.
I due soggetti maggiormente interessati sono ovviamente chi deve passare il testimone e chi invece lo deve ricevere, ma anche il contesto circostante, come vedremo, influisce non poco sulla buona riuscita dell'operazione.

In una prima fase va verificata la reale volontà di entrambi riguardo al passaggio di consegne. Non è detto che alla "necessità" di farlo si accompagni sempre un altrettanto forte "desiderio". Ad esempio il fondatore di un'azienda, ormai anziano, potrebbe razionalmente rendersi conto che è giunto il momento di delegare a chi porterà avanti l'azienda dopo di lui, ma allo stesso tempo temere di farlo davvero.
Ecco perché la delega relativa alle conoscenze tecniche o pratiche è in genere la fase più semplice e in ogni caso successiva a quella più prettamente emotiva.


Il ritorno al Medioevo

L'essenziale è invisibile agli occhi, diceva il Piccolo Principe. Quindi non sorprende il fatto che a molti sfugga la situazione socio-politico-economica verso cui stiamo rapidamente andando. O in cui siamo già.
Ebbene sì, ce l'hanno sempre fatto studiare a scuola come il periodo più buio della storia umana, quello in cui i diritti fondamentali dell'uomo erano stati violati, in cui l'ingiustizia era palese e l'ineguaglianza intollerabile.
I ricchi aristocratici da una parte, i servi della gleba dall'altra. Privilegi e smisurata ricchezza per i primi, duro lavoro e povertà per i secondi.

Sembrava cosa passata, il Medioevo rappresentava la testimonianza di un'epoca disumana, ignorante e terribile. Niente a che vedere con la nostra democratica, colta ed opulenta civiltà.
Ed invece eccoci qui a fare i conti con la storia che si ripete, più cinicamente che mai.
I nuovi aristocratici sono solo un po' più scaltri dei precedenti, perché non si espongono come re, ne' despoti ne' illuminati. Hanno compreso che è molto più sicuro mandare avanti il capro, asservito ai loro voleri e sempre pronto ad essere sacrificato se la plebaglia si ribella.
Sono inoltre i più democratici di tutti, hanno persino inventato i vari partiti, il voto popolare, i referendum. Al popolo piace sentirsi protagonista. Poi non protesta più di tanto se i partiti fanno solo i loro interessi o se i referendum vengono regolarmente aggirati, l'importante è dar loro l'illusione di contar qualcosa e che i loro beniamini stiano lavorando per il loro bene.
Bisogna sempre dare l'impressione che vengano salvati da qualcosa. Dal nazismo, dal comunismo, dai terroristi o dal default. Il pericolo esterno è davvero vitale, per lo status quo.


Siamo tutti dopati come Alex Schwazer. E in più moralisti.

Non sono uno sportivo e trovo che il peso dato allo sport (visto e non praticato) sia sproporzionato rispetto ad altre attività più costruttive. Per questo il caso Schwazer per me è solo emblematico di qualcosa di più grande, che come al solito sta sfuggendo alla maggior parte delle persone.
Il fatto nudo e crudo: un atleta si è dopato per avere prestazioni migliori, sebbene questo sia antisportivo ed illegale. E' stato scoperto e per questo è arrivata la gogna mediatica condita da pipponi moralistici di giornalisti, colleghi, tifosi e compagnia bella.
Ebbene questo è un teatrino assurdo e disgustoso per un motivo che trovo semplice e persino ovvio: Tutti noi siamo dopati e lo facciamo per lo stesso motivo di Schwazer: essere vincenti.