Gli "specchi" umani.

Oggi parlerò di un argomento purtroppo ancora poco conosciuto, ma che considero fondamentale per chiunque abbia deciso di intraprendere un personale percorso di crescita e di auto-miglioramento. Chi davvero comprenderà questo concetto troverà finalmente l'esatta risposta alla domanda: "Perché nella mia vita mi capitano tutte persone che si comportano con me in questo modo?" oppure "Ma come mai gli altri mi fanno questo e quest'altro?".
La mente razionale ovviamente rifiuta la spiegazione che tra poco vi darò, e che ha a che fare con il concetto degli "specchi umani", poiché non permette più di scaricare sugli altri ciò che invece dovremmo principalmente vedere in noi stessi. Così è molto più facile e sbrigativo liquidare il tutto con un "non è vero che è per questo".
Per i più coraggiosi e per i meno razionali tenterò invece di trasferire questo prezioso messaggio che la vita ci offre tutti i giorni.

Per comprenderlo fate prima questo esercizio. Pensate alle caratteristiche che hanno le persone che più spesso incontrate nella vostra vita. Soffermatevi in particolare su questa distinzione: sulle loro qualità e sui loro difetti. Ma anche su quello che fanno di buono per voi e quello invece che vi fanno di brutto o scorretto.
Ci potrebbero essere, ad esempio, alcuni momenti nella vita in cui sembra che il genere umano sia a vostra disposizione per farvi ottenere ciò che volete, o momenti in cui sembra coalizzato per deludervi, tradirvi, farvi del male.
Ebbene, questa osservazione vi darà il vostro "specchio". Ovvero rifletterà buona parte dei comportamenti che voi stessi applicate su altri senza rendervene conto o che giudicate duramente negli altri.
Uno specchio positivo, se voi avete nei confronti degli altri atteggiamenti positivo, comprensivi, generosi. Oppure uno specchio negativo nel caso il vostro atteggiamento sia generalmente negativo, scontroso, egoistico.
Può apparire una sentenza ingiusta e lapidaria, ma con alcuni esempi renderemo questo concetto più "digeribile".
Ipotizziamo che una persona veda attorno a sé solo persone pronte a "fregarle" o comunque ad approfittare della loro buona fede. Questo fatto, vero nella sua essenza, denoterà spesso una di queste due circostanze:
1. La persona tende, a sua volta, a "prendere" dagli altri, senza mai curarsi di cosa dà in cambio. Il suo rapporto con gli altri è basato su quanto può ricevere in termini materiali ma anche energetici, mentre è predisposta ad essere selettiva nei confronti di coloro che avrebbero bisogno di lei. Tale persona non si accorge di questo suo modo di fare o lo giustifica dicendo che "già è faticoso pensare a se stessi, figuriamoci se può pensare anche agli altri". Oppure si crea una ristretta cerchia di "fedelissimi" a cui potrebbe dare, ma in cui è molto difficile entrare. E' quindi un donare agli altri sempre piuttosto "selettivo".
2. La persona ripone molte aspettative negli altri, soprattutto nell'attesa di ricevere gratitudine, riconoscimenti, meriti, affetto. Ed inevitabilmente, quando questa aspettativa viene delusa, la critica nei confronti di queste persone diviene feroce, inappellabile, a volte esagerata.
Gli altri non sono mai adeguati, mai all'altezza, mai sufficientemente giusti o generosi. Ciò porta a lamentele cicliche, a cambiamenti nelle frequentazioni, instabilità umorale.

Ora fai questo secondo esercizio: osserva i tuoi pensieri nel momento in cui leggevi questi due punti (1 e 2).
Cosa ti è venuto istintivo "dire a te stesso"?
a. E' vero, conosco un sacco di persone che si lamentano delle caratteristiche degli altri e che invece hanno loro stessi.
b. E' vero, avolte mi lamento proprio di cose che caratterizzano anche il mio carattere.

Nella prima ipotesi (a) la tua mente sta cercando di schermarti, ovvero di non farti prendere coscienza di come gli altri si comportano da "specchi" nei tuoi confronti. Il rischio sarà di rimanere imprigionati nel proprio ruolo di "vittime" senza trovare una vera soluzione, anzi peggiorando la propria situazione (poiché la vita ci riproporrà sempre gli stessi specchi, a volte potenziati).
Nella seconda ipotesi (b) sei riuscito a fare il primo passo, quello più difficile: prenderti la responsabilità di osservare il vero motivo per cui ti si presentano sempre gli stessi specchi. Questo ti permetterà, in futuro, di lavorare più agevolmente sulla tua crescita personale e di ridurre progressivamente quel tipo di specchi (persone) dalla tua vita.

Ho espresso in un video una metafora di questi concetti, che ti invito a guardare nel caso tu non l'abbia già fatto: eccolo qui.

La rivoluzione Islandese (di cui nessuno sa nulla!)

Mentre in Italia continua la tarantella politica delle accuse incrociate, e noi cittadini ci sfoghiamo virtualmente sul web per la loro generale inettitudine e disonestà, in Europa c'è uno stato, l'Islanda, che ha operato una vera e propria rivoluzione dal basso, di cui quasi nessuno è a conoscenza.

Cosa ha fatto questo coraggioso (e concreto) piccolo popolo? Semplice, di fronte allo spettro della "bancarotta" si è opposto al fatto di dover pagare il proprio debito alle banche, causato dai banchieri stessi! Con un referendum popolare, nato proprio "dal basso", il 93% ha votato per affermare quindi che chi sbaglia paga, arrivando addirittura ad emettere mandati di cattura internazionale per coloro che hanno portato la nazione a questo tracollo economico.
Il governo è stato obbligato a dimettersi e si sta sperimentando il primo caso di democrazia by internet, ovvero una serie di proposte per cambiare la Costituzione non decisa dalla solita "Casta" ma dal popolo stesso. Tale processo, chiamato "crowdsourcing", è stato sicuramente agevolato dal fatto che gli Islandesi non sono numericamente tantissimi (circa 320 mila abitanti).
Ma rappresenta comunque un primo esempio di come ci si può ribellare a questo folle accordo degli Stati di far pagare ai cittadini colpe di cui non ha alcuna responsabilità.

In questa vicenda ci sono tre aspetti che meritano, a mio pare, particolare attenzione:
1. Nonostante la rivoluzione sia stata piuttosto "focosa" non c'è stata l'ombra di un black bloc. Ovvero dei contestatori assoldati dai governi per trasformare ogni protesta sana in una serie di violenze che portano poi a far passare per vittime i veri carnefici. Assenza non casuale.
2. I telegiornali, i programmi di attualità i quotidiani ed i periodici, quasi maniacali nel descriverci i dettagli di efferati crimini nostrani, si sono scordati di parlare di questa svolta storica e rivoluzionaria di un intero Stato Europeo. Dimenticanza sospetta.
3. L'Unione Europea, sempre piuttosto invasiva, in questo caso ha lasciato stare, poiché il piccolo stato islandese non era in grado di creare effetti domino pericolosi sugli altri Stati. La fortuna di non essere importanti.

Ebbene, invece di condividere e diffondere le solite fesserie o inutili piagnistei tipicamente italici, potremmo cominciare a diffondere questo concreto esempio di rivoluzione pacifica e concreta. Chissà che non si possa cominciare anche noi ad agire nella stessa direzione.

Vedi qui il video che riassume gli avvenimenti islandesi.

Pettegolezzi e zizzania

Chi non è rimasto mai vittima o non è mai stato complice di un pettegolezzo? Credo nessuno.
Il "sai cosa ho saputo di..." o il "sai cosa hanno detto di te" sono tra le maggiori piaghe che possano esistere all'interno di un gruppo di persone, e spesso è anche difficile non farsi coinvolgere da chi ama particolarmente questo genere di "comunicazioni".
Ci sono però alcuni consigli che, se applicati costantemente, possono attenuare il fenomeno o almeno evitare che dilaghi diventando lo sport nazionale in azienda (e non solo).

1. State attenti e bloccate i "finti amici", ovvero quelli che vi riportano cosa "qualcun altro" ha detto di spiacevole su voi. In questo caso ci sono due varianti:
a) La persona vi riferisce anche chi ha detto quella cosa.
b) La persona si rifiuta di dirvi chi l'ha detto o si rifugia dietro ad un generico "molti, tutti, si dice in giro".

- Nel primo caso la gestione corretta è: "Bene, grazie per avermi messo al corrente, andrò a parlare con questa persona e chiederò spiegazioni". Se chi vi ha riferito la cosa ve lo impedisce non è un vero amico, ma solo uno che gode a vedervi star male. Se invece si mostra disponibile ad appoggiarti o a testimoniare nel caso l'altro neghi, allora è una persona seria ed affidabile.
- Nel secondo caso non ci sono dubbi. Il vero nemico è quello che ti sta riportando la cosa, poiché nell'essere così generico ti impedisce di gestire il pettegolezzo (e non è da escludere che in realtà quello sia il SUO pensiero, non quello manifestato da altri. Ma è talmente codardo da non avere il coraggio di dirtelo direttamente). Quindi gli devi dire: "Ti ringrazio ma ti chiedo di non riferirmi più comunicazioni negative sul mio conto, se non mi permetti anche di gestire la cosa".
Si offenderà tremendamente, ma almeno smetterà di romperti le scatole e di farti stare male.

2. Se vi viene fatto il nome di chi sta facendo pettegolezzi hai solo una cosa da fare: andare a parlar chiaro con quella persona. In maniera gentile ma ferma gli va comunicato che se ha qualcosa da dirvi quello è il momento giusto e che lo ascolterete con attenzione.
A questo punto osservate la sua reazione.
- Potrebbe dirvi che sì, ha delle cose che non gli vanno bene di te (e questo sarebbe un atteggiamento corretto da parte sua o almeno permetterebbe un vero confronto).
- Potrebbe negare e chiedere un confronto a tre con chi vi ha riportato quelle cose (e qui di solito casca l'asino, ovvero scoprite chi sta facendo il doppio gioco)
- Potrebbe negare ma con agitazione. In questo caso avete fatto bingo. Probabilmente, dopo, se la prenderà con chi (secondo lui) ha fatto la spia (il vostro vero amico, a cui non dovrebbe interessare di perdere "l'amicizia" di un personaggio simile. Se si preoccupa vuol dire che ha un problema anche lui perché non sa selezionare le persone giuste da avere vicino).

Purtroppo il più delle volte viene invece gestito così: ti riportano un pettegolezzo, ma ti viene chiesto di non dire nulla, tu accetti, rimani turbato per un po' perché non puoi gestire, dopo un po' ti viene spontaneo cominciare a parlare male a tua volta di quella persona che ha parlato con te, si creano vendette trasversali, gli altri vengono coinvolti in questo conflitto sommerso, e chi ha generato tutto questo casino se ne tira fuori con un diplomatico "Ambasciator non porta pena...".

Queste piccole indicazioni non contemplano tutte le varie sfumature o intrecci che possono esserci nella realtà, ma mi auguro possano aiutarvi a gestire meglio chi si è degradato talmente tanto come essere umano da provare godimento solo nel fare pettegolezzi o nel creare zizzania tra le altre persone.

Video MiglioraMenti: "La vita è un videogioco".

Abbiamo creato un bel cofanetto di dvd, comprendente i 3 interventi fatti durante l'evento "MiglioraMenti: Corpo - Mente - Anima".
Qui di seguito potrete vedere un estratto del mio intervento, che verteva sul concetto di "Anima", ovvero, come spiego nel video, "quella cosa che governa la mente e che a sua volta controlla il corpo".
In questo estratto parlo delle sfide che ciascuno di noi deve superare e di qual è il loro vero significato, legato appunto al vero scopo della nostra anima.

Ecco il video, intitolato "La vita è un videogioco".

Per ricevere il cofanetto dei 3 DVD scrivere a: info@all-winners.it

Creatori o dissipatori di valore?


C'è un elemento che ha rappresentato una grande discriminante tra le aziende che sono uscite dalla crisi (o ne stanno uscendo, o non l'hanno mai vissuta) e quelle che invece non ce l'hanno fatta (o sono destinate a non farcela).
Innanzitutto vediamo cosa NON ha fatto la vera differenza:
La qualità dei prodotti, fini a se stessi, non hanno rappresentato la vera discriminante. Certo, chi offriva beni o servizi scadenti non aveva scampo, ma abbiamo visto una miriade di aziende produttrici di ottimi prodotti tracollare di fronte a prodotti meno buoni.
Qualcuno penserà a questo punto che la differenza sia consistita nel prezzo. Ni. Il prezzo basso ha sicuramente agevolando l’acquisto di determinati prodotti, ma anche in questo caso abbiamo visto fallire aziende che avevano proposto i loro prodotti o servizi a prezzi stracciati.
Allora la differenza potrebbe averla fatta la solidità finanziaria di un’impresa. Sicuramente questo è stato un fattore importantissimo e strategico ma spesso è stato solo un ammortizzatore alla crisi, senza però aver portato l’aumento del fatturato o di utili.
Ebbene, in realtà il vero unico comune denominatore delle aziende immuni alla crisi è stata l’estrema “qualità” delle persone che lavoravano all’interno della struttura stessa.
Andiamo però a definire meglio cosa intendiamo per “qualità”.
Negli Stati Uniti hanno coniato una definizione che rende bene l’idea: li chiamano “gold collars”, ovvero i Colletti d’Oro. Sono la naturale prosecuzione di un’evoluzione partita con i famosi colletti blu, a cui si sono aggiunti i tanti colletti bianchi, i quali saranno sempre meno utili nel mercato globale (poiché rimpiazzati dai loro colleghi indiani) e dovranno necessariamente trasformarsi in qualcosa di più evoluto, in colletti d’oro appunto.
Ma chi è questa figura professionale così preziosa per un’azienda e, soprattutto, che caratteristiche deve avere per essere tale?
Innanzitutto ha una preparazione specialistica ben superiore alla media. Non parliamo di cultura scolastica, ma di conoscenza vera e propria nel saper fare una cosa meglio di chiunque altro. Può essere il magazziniere appassionato delle più innovative teorie sulla logistica aziendale, così come il venditore che, autonomamente, frequenta seminari o legge libri sulle ultimissime tecniche di vendita. O più semplicemente l’impiegata amministrativa ci cui errori sono rari, l’operaio preciso e scrupoloso in ciò che fa, il responsabile acquisti che monitora costantemente la qualità dei fornitori. Parliamo, in poche parole, di quelle abilità tecniche o professionali che raramente la scuola trasmette e che fanno parte del bagaglio culturale e dell’esperienza del singolo.
Ma anche questo non basta. Anzi, potremmo dire che questo è, al massimo, un 49% di ciò che serve per poter definire un professionista un vero colletto d’oro. L’altro 51% è dato dall'atteggiamento caratteriale parte più importante e più difficilmente “trasferibile”, quindi più rara. Parliamo dell’ della persona e della sua abilità nel creare valore aggiunto in azienda grazie alla sua naturale propensione ai rapporti umani.
I creatori di valore, quindi, sono sostanzialmente tutti coloro che riescono a trasmettere al cliente, così come ai colleghi o al titolare, un qualcosa in più, soprattutto in termini di informazioni corrette e di “esperienze emozionali positive”.
Per semplificare: in un ristorante di media qualità il colletto d’oro sarebbe rappresentato dal cameriere che, senza che sia dovuto, si rivolge a te sempre in maniera cortese e sorridente, ti consiglia davvero cosa prendere, sa venderti con maestria il dolce che eri in dubbio se prendere o no, ti strappa un sorriso con una battuta mentre sparecchia. Ti fa venir voglia di lasciare una mancia e di tornare in quel ristorante, sebbene a fare la differenza non sia stato il cibo di per sé, quanto l’esperienza positiva vissuta. Ti ha fatto sentire, in quelle due ore, la persona più importante del locale!
Viceversa sarà capitato a tutti, purtroppo, l’infelice esperienza del cameriere scorbutico, indisponente, che vuole a tutti i costi ed impositiva farti prendere quello che vuole lui, fa finta di non vederti quando lo chiami, non ti saluta neppure quando te ne vai. Nell’iper offerta dei ristoranti difficilmente tornerai in quel locale. E probabilmente ne parlerai anche male con qualche amico. Ebbene, più volte ho cercato di spiegare questo semplice concetto a titolari di locali che si lamentavano della “crisi” e che non si accorgevano di avere in casa il vero problema: personale scadente, demotivato, senza alcuna conoscenza di base nel gestire i rapporti con un cliente.
Ma è più facile scaricare la responsabilità sul concorrente più agguerrito o sul mercato difficile piuttosto che agire sulle vere cause.
Questo ovviamente non si applica solo alla ristorazione ma a qualunque azienda di qualsiasi settore. Essere sprovvisti di colletti d’oro che creano valore “intangibile” per l’azienda o addirittura avere un gran numero del suo esatto opposto, ovvero di “dissipatori” di questo valore, rischia di diventare il vero problema intrinseco di una struttura già provata dalle oggettive difficoltà esterne.
I “colletti d’oro”, veri creatori di valore aziendale, hanno in sostanza caratteristiche ben definite: sono generalmente allegri e sorridenti, con un approccio positivo alla vita e al lavoro. Se c’è un problema sono abili a trovare spontaneamente una soluzione e comunque non drammatizzano la situazione. Sono persone molto attente ai particolari, affidabili, responsabili. Non c’è bisogno di correggerle continuamente perché tendono ad auto-correggersi o a non fare più lo stesso errore. Sono persone generose ed altruiste, che aiutano i colleghi in difficoltà e si prodigano per il bene del gruppo e non solo per il loro interesse particolare. Con i clienti riescono ad instaurare un rapporto di grande affinità. Hanno la capacità di fare quei piccoli gesti o di avere quelle piccole attenzioni che fanno sentire importanti le altre persone, gratificandone più che altro l’aspetto psicologico.
All’opposto il dissipatore di valore funge da vero e proprio “Killer emozionale”. E’ quello sempre arrabbiato, poco portato al sorriso, perennemente con problemi di natura personale, pessimista per natura e piuttosto negativo su tutto!
E’ quello che bisogna riprendere costantemente, a cui non va mai bene nulla, che si lamenta di tutto e di tutti ma che raramente si mette a sua volta in discussione. Tende a fare le cose a metà o comunque senza attenzione ai particolari. I clienti hanno la percezione di sentirsi “dei pesi” ed i colleghi evitano di chiedere la loro collaborazione perché già sanno che la risposta sarebbe una smorfia o una lamentela.
Crea attorno a sé un tale clima di negatività che ogni piccola difficoltà viene recepita come una calamità, ogni sfida come un’impresa impossibile, ogni proposta costruttiva come un’utopia da sognatori.
Se queste persone vengono poste al vertice di un’organizzazione o come responsabili di altre persone creeranno a cascata demotivazione e turn-over dei migliori, frustrati dal loro modo di fare oppressivo e demotivante. E dopo anni l’azienda si potrebbe addirittura trovare “ostaggio” di questi personaggi bravissimi a tenere per sè tutte le informazioni, a non far crescere nessuno sotto di loro, al solo fine di diventare sempre più “indispensabili”. A quel punto la frittata è fatta e l’azienda si ritroverà con costi di non qualità enormi, dovuti a errori, sprechi, disattenzioni, comunicazioni sbagliate, menefreghismo. Il che equivale a dire minor utili. Il che equivale a dire, di questi tempi, fallimento per mancanza di liquidità.
Mi pare ovvio che per entrambi i casi stiamo descrivendo degli estremi, raramente riconducibili alla realtà, ma serve per dare l’idea della diversità tra le due tipologie di persone.
Avere nel proprio staff creatori di valore piuttosto che dissipatori è il primo dei fattori che distingue le aziende che stanno andando bene da quelle che invece stanno soffrendo. Perché i prodotti ormai si trovano ovunque, mentre i talentuosi colletti d’oro sono una rarità, e sempre più faranno la differenza.

Rappresenti un ente o un'associazione? Ho un regalo per te...

Mi perdonerete se questo post non toccherà aspetti formativi, ma da Settembre faremo partire un'iniziativa che interesserà tutti coloro che vogliono offrire ai propri associati un incontro gratuito di formazione, finalizzato alla crescita aziendale e professionale.
Come sapete crediamo fermamente che questi aspetti siano legati tra loro, ma ci rendiamo conto che ancora poche persone hanno gli strumenti giusti per comprendere come intraprendere un percorso di questo tipo.

Per questo offriremo ad associazioni culturali o di categoria dell'Emilia Romagna un intervento formativo (di circa un'ora e trenta), ed in quella occasione regaleremo loro anche una copia del nostro magazine "Migliorare".
Si tratta di un'iniziativa fortemente "all winners", ovvero dove tutti sono vincitori: i vostri associati perché beneficeranno di un corso gratuito, voi perché offrirete un servizio ad alto valore aggiunto, ed ovviamente anche noi perché faremo conoscere ad un ampio pubblico il nostro magazine.

Il tipo di intervento potrà variare a seconda delle esigenze, sempre seguendo tematiche di sviluppo e crescita professionale.
Quelli che io suggerisco sono principalmente due:
- "Per fortuna c'è la crisi!", rivolto principalmente ad imprenditori, professionisti e commercianti che hanno necessità di consigli pratici per superare la crisi o un calo degli utili.
- "La consapevolezza dell'Imprenditore", rivolto principalmente a chi non ha problemi di fatturato ma vuole lavorare su aspetti più intangibili, quali "stress", "demotivazione", "equilibrio emotivo", "clima interno".

Se volete un piccolo esempio di intervento lo trovate in questo video.

Per concordare un intervento potete contattarmi direttamente alla mia mail personale: f.cotza@all-winners.it


Il metodo Imprenditori Consapevoli.


Non nascondo l'imbarazzo nel dover rispondere alla classica domanda "e tu che lavoro fai?".
Il consulente? No.
Perché il consulente è una figura così generica che va dal commercialista al dietologo. Già formatore identifica un po' meglio, ma anche qui si va dai motivatori che ti fanno ballare la macarena ai conferenzieri soporiferi specializzati in fuffa.

In realtà il mio lavoro è piuttosto preciso, poiché mi rivolgo agli imprenditori e professionisti che vogliono raggiungere l'eccellenza nel lavoro e in azienda, per poi fare il vero salto di qualità: ovvero star bene nonostante il successo aziendale.
Uso non a caso la parola "nonostante", perché la mia esperienza diretta mi ha confermato che la maggior parte degli imprenditori di successo non riesce a godersi quello che ha creato, per una malattia di cui parlo spesso nei miei corsi (ma anche qui nel mio blog), ovvero la Felicità Infelice (ne parlo anche qui in un breve video).
Ecco perché ho sviluppato un percorso dedicato agli Imprenditori Consapevoli, ovvero a tutti coloro che vogliono uscire dal meccanismo perverso del "sarò felice quando..." o "sarò tranquillo se...", ma vogliono imparare ad usare il proprio lavoro come una sorta di "palestra" in cui il vero obiettivo sia crescere come persone, oltre che come professionisti.

La magia di questo tipo di percorso (purtroppo poco conosciuto qui in Italia, molto di più all'estero) è che progressivamente si esce dalla famosa "ruota del criceto", riappropriandosi di spazi e tempi, il che significa maggiore qualità di vita senza dover rinunciare a nulla.
Questo è possibile ovviamente solo dopo che sono stati risolti i famosi "problemi contingenti" in azienda di organizzazione, fatturato e crescita (vedi qui alcune testimonianze di alcuni ex imprenditori in crisi).
Ecco perché i miei interventi partono sempre da quello (nel caso ce ne sia bisogno), ma la differenza sta nel fatto che poi NON CI SI FERMA A QUELLO!
Tutto ciò che crei con la tua azienda è un mezzo, non può rappresentare il fine. Nel momento in cui ci si incastra in questa confusione ogni azione diverrà fonte di stress, frustrazione e fatica invece che di crescita e soddisfazione.
Ecco quindi in cosa consiste il mio lavoro: creare tutti i presupposti in azienda per portarla al successo, sviluppando poi nell'imprenditore la consapevolezza di come ci si può davvero godere quel successo, senza essere fagocitato dall'azienda stessa.
Ma a mia madre continuate a dire che faccio il pianista in un bordello, non vorrei crearle preoccupazioni inutili!

Come una brutta esperienza può rivelarsi un grande regalo

Per molti anni ho sostenuto ed insegnato questo concetto: un'esperienza, che nell'immediato può apparirci brutta, dolorosa o ingiusta nel lungo termine può invece rivelarsi come un grande regalo. Ma lo facevo più per convinzione che per una reale esperienza diretta.

Poi, esattamente due anni fa, accadde quello che, mentre lo vivevo, mi sembrava un incredibile incubo. L'azienda per cui avevo lavorato per quasi otto anni, e a cui avevo dedicato gran parte della mia esistenza, improvvisamente si ritrovò spaccata in due, per interne lotte di denaro e chissà cos'altro.
La sofferenza nasceva soprattutto nel dover constatare che tutti quei valori di cui sia la proprietà che la dirigenza ci aveva riempito la testa, in realtà erano solo tecniche manipolatorie per farci lavorare fino a 12-14 ore al giorno, fine settimana compresi, per pochi spiccioli.

A questa improvvisa spaccatura seguì un ancora più triste tentativo di convincimento a seguire l'uno o l'altro gruppo, in un'opera di denigrazione reciproca che finiva di distruggere ogni mia residua stima nei confronti di quelle stesse persone che, fino a poco prima, vedevo come miei incrollabili punti di riferimento, sia professionali che umani.
Ovviamente la maggior parte dei miei colleghi si fece convincere a rimanere con gli uni o con gli altri, allettati da offerte di provvigioni più alte o da incarichi di maggior prestigio. Apparentemente ciechi di fronte a ciò che io, personalmente, consideravo più grave: la dimostrazione palese che di solo business si trattava, e che i tanto sbandierati rapporti umani in realtà erano fondati solo sull'interesse economico.

Presi quindi una decisione che non avrei probabilmente mai considerato, se non mi fossi ritrovato in una situazione così emozionalmente difficile: creare la mia società di consulenza e formazione, ovvero quella che oggi è All Winners.
Si trattava di un salto nel buio, soprattutto perché coincideva con la famosa crisi del 2008, in cui le aziende tagliavano come prima cosa gli investimenti sul personale. Ed infatti dovetti ricominciare da zero, senza clienti, senza un euro di capitale e con sole due persone disposte a seguirmi in questa folle avventura: la mia attuale moglie Maggie, e la mia splendida amica (e neo-mamma!) Elisa.

In poche settimane, a ridosso delle vacanze estive, dovetti fare tutto: nome dell'azienda, sito, nuovi corsi, un libro divulgativo (il Libro SalvaVita), il marketing e, cosa più difficile per me, le comunicazioni ai miei vecchi clienti che non avrei più lavorato per la vecchia azienda.
Ricordo che, un giorno di fine Luglio, fui preso dallo sconforto per tutte le difficoltà che improvvisamente mi si ponevano di fronte e per un attimo pensai che avrei fatto meglio a seguire anche io il gregge e trovare il mio nuovo posticino tranquillo in una delle due fazioni dell'ex azienda.

Ma solo l'idea di dover, questa volta consapevolmente, perseguire valori e metodi così diversi dalla mia natura, mi faceva venire letteralmente la nausea. E pian piano, con l'appoggio delle persone che davvero credevano in me e mi volevano bene, tutto ha cominciato a funzionare, fino alle belle soddisfazioni di oggi.
Vi racconto questa mia esperienza, come testimonianza di quel concetto espresso all'inizio. Un'esperienza negativa può spingerti in una direzione che all'inizio sembra peggiorativa ma che col tempo può rivelarsi una vera fortuna per te.
Io oggi lavoro un terzo rispetto a due anni fa ma guadagno molto di più, insegno solo ciò in cui credo veramente e non quello che mi è stato imposto di dire, seleziono e curo i miei clienti perché non ho più bisogno di raggiungere i budget necessari a far arricchire il mio capo e, soprattutto, sono libero di andare in vacanza una settimana al mese senza sentirmi in colpa.

Quindi ringrazio tutti loro, a distanza di due anni, per avermi involontariamente spinto a fare quello che ad oggi rappresenta la mia principale fonte di benessere. E gli faccio un grande augurio: che un giorno possano comprendere come è bello vivere una vita equilibrata, senza dover immolare se stessi, e la propria anima, al "duro lavoro" e al Dio Denaro.

Il momento giusto per occuparsi di sé.

Esiste una categoria di persone che non si prende mai cura di sé, trasferendo in un futuro (improbabile) il momento in cui lo farà.
Potremmo riassumere le loro caratteristiche in questo modo:
- quando stanno male non si prendono cura di sé perché "non ne hanno le forze" o "gli mancano le energie sufficienti" per farlo
- quando stanno bene non si prendono cura di sé perché non hanno necessità contingenti, quindi perché occuparsi di stare meglio?

Per "prendersi cura di sé" intendiamo occuparsi del proprio miglioramento psico-fisico e, per chi crede, della propria "anima".
Riconoscete queste persone da un fattore: dichiarano di essere nella fase in cui stanno "bene" solo perché non hanno in quel momento problemi di "sopravvivenza", come se non esistesse nient'altro oltre al pagare bollette, al non avere il raffreddore o all'avere da mangiare tutti i giorni (qualcuno ci inserisce anche il fatto che la propria squadra del cuore vinca ogni domenica).
In realtà prendersi cura di sé molto spesso significa fermarsi ad osservare. Osservare se stessi, le proprie reazioni, le proprie abitudini ormai cristallizzate, il modo in cui rispondiamo alle persone, le emozioni più ricorrenti che proviamo, i pensieri che ci riempiono la testa.
Questa osservazione è come se fosse una radiografia di noi stessi e del nostro reale livello di "salute".

Chi non si concede questo lusso finirà con l'essere risucchiato dal vortice di ciò che gli accade, affermando implicitamente di essere una persona "on-off": quando gli eventi non creano malesseri ci si illude di stare bene, quando gli eventi creano disagi ci si lamenta di stare male.

Questo meccanismo è ancora più visibile in alcune aziende, gestite con la stessa modalità:
- quando l'azienda va male si dichiara di non avere "risorse economiche" per potersi permettere un percorso di crescita e di miglioramento organizzativo.
- quando l'azienda va bene si afferma di non avere "tempo" o "necessità particolari" per dedicarsi alla formazione.
Così come gli esseri umani anche queste aziende (e di conseguenza chi li dirige) vivranno cicli di alti e bassi pressoché costanti, in cui i momenti di "basso" verranno giustificati con le motivazioni più varie: mercato in depressione, sfortune "imprevedibili", clienti insolventi e così via. Senza comprendere che questo è solo l'effetto di non aver rafforzato la struttura mentre le cose andavano bene.
In poche parole è come la salute fisica, in cui ci si potrebbe avvilire per una malattia quando è nella sua fase più acuta (e quindi quando il corpo è più debole per reagire) dimenticandosi di rendere il corpo più forte proprio quando si è in salute.

Purtroppo è molto difficile trasferire questo concetto alle persone abituate da sempre a vivere in modalità "on-off", poiché per loro quella è l'unica possibile e quindi non è modificabile.
La verità più profonda è che queste persone non vogliono stare bene, oppure inconsciamente pensano di non meritare di star bene, quindi creano loro stessi i presupposti per trovarsi in situazioni difficili per poi potersi dare ragione delle loro lamentele.
Se tenti di togliere loro i motivi veri delle lamentele apparirai ai loro occhi come un nemico (che non li capisce, che la fa troppo facile, che fa il saputello etc).

Ancora una volta il libero arbitrio è superiore a tutto il resto, e questo ci permette di scegliere che tipo di esistenza vorremo avere. Persino di scegliere di avere un'esistenza stressante, conflittuale, problematica. E neppure un consulente, un dottore o un amico può andare "contro" questa scelta individuale, limitandosi ad accettare l'altrui volontà.
E' frustrante osservare questo meccanismo autolesionista senza poter far nulla (sopratutto quando siamo legati affettivamente a queste persone), ma è altrettanto importante non lasciarsi trascinare giù da coloro che hanno deciso di affondare.
Poiché l'altrui libero arbitrio non deve, allo stesso modo, condizionare il vostro personale libero arbitrio.