"Il pensiero laterale" di Edward de Bono


Molti anni fa, ai tempi in cui un debitore insolvente poteva essere gettato in prigione, un mercante di Londra si trovò, per sua sfortuna, ad avere un grosso debito con un usuraio. L'usuraio, che era vecchio e brutto, si invaghì della bella e giovanissima figlia del mercante, e propose un affare. Disse che avrebbe condonato il debito se avesse avuto in cambio la ragazza.

Il mercante e sua figlia rimasero inorriditi della proposta. Perciò l'astuto usuraio propose di lasciar decidere alla Provvidenza. Disse che avrebbe messo in una borsa vuota due sassolini, uno bianco e uno nero, che poi la fanciulla avrebbe dovuto estrarne uno. Se fosse uscito il sassolino nero, sarebbe diventata sua moglie e il debito di suo padre sarebbe stato condonato. Se la fanciulla invece avesse estratto quello bianco, sarebbe rimasta con suo padre e anche in tal caso il debito sarebbe stato rimesso. Ma se si fosse rifiutata di procedere all'estrazione, suo padre sarebbe stato gettato in prigione e lei sarebbe morta di stenti.
Il mercante, benché con riluttanza, finì coll'acconsentire. In quel momento si trovavano su un vialetto di ghiaia del giardino del mercante e l'usuraio si chinò a raccogliere i due sassolini. Mentre egli li sceglieva, gli occhi della fanciulla, resi ancor più acuti dal terrore, notarono che egli prendeva e metteva nella borsa due sassolini neri. Poi l'usuraio invitò la fanciulla a estrarre il sassolino che doveva decidere la sua sorte e quella di suo padre.

Immaginate ora di trovarvi nel vialetto del giardino del mercante. Che cosa fareste nei panni della sfortunata fanciulla? E, se doveste consigliarla, che cosa le suggerireste? Quale tipo di ragionamento seguireste? Se riteneste che un rigoroso esame logico potesse risolvere il problema - ammesso che esista davvero una soluzione - ricorrereste al pensiero verticale. L'altro tipo di pensiero è infatti quello laterale. Chi si servisse del pensiero verticale non potrebbe però essere di grande aiuto a una ragazza che si trovasse in simili frangenti. Il suo modo di analizzare la situazione metterebbe in luce tre possibilità. La ragazza potrebbe:
  1. rifiutarsi di estrarre il sassolino;
  2. mostrare che la borsa contiene due sassolini neri e smascherare l'usuraio imbroglione;
  3. estrarre uno dei sassolini neri e sacrificarsi per salvare il padre dalla prigione.

Nessuno di questi consigli, tuttavia, sarebbe veramente utile in quanto, se la ragazza non estraesse il sassolino, suo padre finirebbe in prigione, e se lo estraesse dovrebbe sposare l'usuraio.
L'aneddoto vuole mostrarci la differenza esistente tra il pensiero verticale e quello laterale. I verticalisti si preoccupano del fatto che la ragazza debba estrarre un sassolino. I lateralisti si occupano invece del sassolino bianco che manca. I primi affrontano la situazione dal punto di vista più razionale e quindi procedono alla sua risoluzione con circospetta logicità. I secondi preferiscono esaminare tutti i possibili punti di partenza invece di accettare il più invitante e di impostare su di esso la loro indagine.

Ebbene: la ragazza dell'aneddoto introdusse la mano nella borsa ed estrasse un sassolino, ma senza neppur guardarlo se lo lasciò sfuggire di mano facendolo cadere sugli altri sassolini del vialetto, fra i quali si confuse.
« Oh, che sbadata! » esclamò. « Ma non vi preoccupate: se guardate nella borsa potrete immediatamente dedurre, dal colore del sassolino rimasto, il colore dell'altro. »
Naturalmente, poiché quello rimasto era nero, si dovette presumere che ella avesse estratto il sassolino bianco, dato che l'usuraio non osò ammettere la propria disonestà. In tal modo, servendosi del pensiero laterale, la ragazza riuscì a risolvere assai vantaggiosamente per sé una situazione che sembrava senza scampo. La ragazza, in realtà, si salvò in un modo molto più brillante di quanto non le sarebbe riuscito se l'usuraio fosse stato onesto e avesse messo nella borsa un sassolino bianco e uno nero, perché in tal caso avrebbe avuto solo il cinquanta per cento delle probabilità in suo favore. Il trucco che escogitò le offrì invece la sicurezza di rimanere col padre e di ottenergli la remissione del debito.

Bella metafora sul rimanere passivi di fronte ai problemi della vita

Quando parlo di Proattività nei miei corsi faccio spesso vedere questo piccolo video. E' in lingua inglese ma è facilmente comprensibile nel suo messaggio: a volte di fronte ai problemi ci poniamo in maniera talmente passiva che non ci accorgiamo di quanto la soluzione potrebbe essere semplice.
Dedicato a tutti quelli che aspettano che siano "gli altri" a dover risolvere le cose!


Riflessione

La vittima non ti perdona di avergli svelato chi è il suo carnefice, poiché alcune vittime hanno bisogno di rimanere tali.
Se sveli alla vittima i trucchi del suo carnefice potrà arrivare ad odiarti, poiché ora la renderai più responsabile, quindi un po' meno vittima.
Non mi preoccupa la ritorsione di chi si sente scoperto nelle sue azioni dannose, quanto il rancore di chi da quel momento non avrà più nessuno da accusare, se non se stesso.

Perché gli effetti della formazione svaniscono


Dopo aver accennato ad alcuni dei motivi che possono rendere inefficace la formazione, vorrei trattare un problema un po' più complesso, spesso avvertito da chi frequenta corsi formativi, soprattutto di tipo motivazionale. Ovvero la scarsa durata degli effetti benefici della formazione fatta.
Per comprendere perché questo avviene dobbiamo fare una premessa che ha a che fare con la distinzione tra l'Ego e la Vera Identità (il ) di una persona. Potremmo dire che l'Ego è la maschera che tutti noi portiamo e che cominciamo a crearci pian piano da quando nasciamo. L'Ego viene nutrito dal nostro monologo interiore, ovvero da quell'incessante serie di pensieri che abbiamo nella testa da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire. La qualità di questi pensieri spesso determina anche quanto il nostro Ego è predominante rispetto la nostra Vera Identità: più i pensieri assumono una forma negativa (o pessimista, o critica) più l'Ego può diventare ingombrante e pericoloso.
L'Ego è molto collegato alle emozioni che proviamo. Anche in questo caso la differenza è data dalla "qualità" delle emozioni, ovvero se tendono ad essere più positive che negative.

Questa premessa è fondamentale perché svela un segreto inconfessabile per chi fa formazione. Ovvero che la maggior parte delle "tecniche" si basa sull'esaltazione dell'Ego e raramente sulla crescita del Sé. In poche parole molta formazione "emozionale" nutre semplicemente il nostro Ego, affamato di approvazione sociale, consensi e riconoscimenti, senza agire sul vero bisogno di crescita della persona.
Per usare un paragone un po' forte potremmo dire che molti corsi non sono altro che "droga" per il nostro Ego, utile solo per un'esaltazione momentanea ma che non risolve il vero problema esistenziale. Anzi, più forte è l'impatto emozionale più frustrante sarà il ritorno alla vita di tutti i giorni.
Ovviamente la soluzione proposta da chi offre questo tipo di esperienze è di intensificare gli incontri formativi in modo tale da non avere mai il tempo di perderne i benefici, il che equivale a consigliare ad un tossicodipendente di assumere la propria droga sempre più spesso per evitare le crisi di astinenza.
E' così che alcuni "guru carismatici" trasformano in business la loro professione.

Dall'altra parte troviamo coloro che operano cercando di valorizzare la vera Identità della persona, sacrificando in questo modo l'Ego. Gli effetti di questo tipo di formazione sono sicuramente più lenti e a volte meno gratificanti nell'immediato (l'Ego non è mai contento quando viene messo in secondo piano o limitato). Ma hanno il grosso vantaggio di essere duraturi nel medio-lungo termine.
Questo non significa che la formazione di tipo emozionale non sia mai utile. A volte una scintilla è necessaria per accendere un fuoco. Ma una scintilla, da sola, non può scaldare una stanza. Tanto meno un cuore.




Quando la formazione fallisce


Questo è un post che non andrebbe mai scritto da uno che fa il mio lavoro.
Ma a volte le cose giuste non vanno di pari passo col "politically correct".
Vorrei infatti parlarvi della fallibilità della formazione, della consulenza e del coaching.
La fallibilità nasce dal fatto che coloro che si propongono come "risolutori di problemi altrui" partono da approcci che presentano dei limiti di base.
"I 5 segreti del successo", "I 10 pilastri dell'autorealizzazione ", "I 20 percorsi per raggiungere gli obiettivi"... corsi, dvd, libri che pretendono di fornire formule magiche per un qualcosa che oggettivo e duplicabile non è.
E nel dire queste cose c'è una forte componente di autocritica (visto che di questi corsi ne ho tenuti e ne tengo anche io).

Ma ecco quali sono i principali limiti di questi approcci:
1) Quando affrontano concetti soggettivi come se fossero oggettivi, ad esempio il concetto di "successo". Si dà infatti per scontato che essere di successo significhi necessariamente fare soldi, avere una carriera brillante, possedere oggetti. Eppure centinaia di migliaia di persone dopo aver ottenuto questo tipo di "successo" è infelice tanto quanto chi non lo ha raggiunto (ma pensa che questa sia la causa della propria infelicità!).

2) Quando chi esprime questi concetti non ha l'integrità morale (uso questo termine in modo improprio, ma giusto per rendere l'idea) per insegnare qualcosa a qualcuno, poiché totalmente incapace di testimoniare ciò che predica. Ho anzi notato come "l'enfasi" del predicatore cresce proporzionalmente con il suo essere lontano dai concetti che escono dalla sua bocca (o dalla sua penna). Ciò non significa che chi insegna debba essere perfetto ma che almeno non faccia l'esatto opposto di ciò che dice!

3) Quando ci si dimentica che ciascun essere umano ha una propria storia, un proprio modo di vivere gli eventi esterni, di percepire se stesso. E' vero che alcuni "meccanismi" sono abbastanza comuni, ma sebbene una 500 e una ferrari abbiano 4 ruote in comune ciò non significa che siano macchine identiche. Le formulette dogmatiche (molto frequenti, ad esempio, tra chi fa PNL) spesso lasciano il tempo che trovano, soprattutto se imparate e trasferite in maniera superficiale.

Ovviamente non ci sono solo questi 3 motivi a rendere "fallibile" la formazione e la consulenza. Potremmo aggiungere il rifiuto di chi è dall'altra parte a voler ascoltare o a volersi mettere davvero in discussione, oppure i blocchi emotivi creati dalla paura, dall'ansia, dai preconcetti.
Ma non ne parlerò, anche perché a volte sono motivazioni usate strumentalmente dai formatori per giustificare un loro insuccesso.

Scrivo questo perché vedo un gran proliferare di "guru", e da addetto ai lavori osservo le tecniche che usano per far leva sui potenziali fruitori dei loro servizi. E mi viene una gran tristezza nel pensare a chi cadrà in queste squallide reti.
Chi ha qualcosa di buono da dire lo fa sempre con estrema modestia, non promette di cambiarti con 5 formulette, anzi non parte proprio dal presupposto di "cambiarti".
Condivide il proprio percorso (quello vero, di vita, non quello professionale) e nel farlo si confronta con gli altri, costantemente.

Ora, in virtù di quanto appena detto, mi sembra ovvio concludere dicendo che quanto ho appena detto non è la "verità". E' la mia opinione sul concetto di formazione e di crescita personale. Pronto ad essere smentito oggi stesso.