E’ la trappola gigante in cui cadiamo tutti, prima o poi: l’essere fagocitati dal lavoro, pensando che non ci possa essere un equilibrio tra la sfera famigliare e un’appagante carriera professionale. Ma c’è chi sostiene, provandolo con i fatti, che in realtà le due cose non solo siano conciliabili, ma che addirittura possano alimentarsi a vicenda, e che questo porti ad un benessere sia fisico che psicologico. Questa persona è Roy Martina.
Lo incontriamo nella hall di un prestigioso hotel di Pesaro in cui sta tenendo il suo seminario “Omega Healing”, 5 giorni di full immersion in cui imparare tecniche rilassanti e curative, utilizzabili sia su se stessi che su altri. Roy Martina è infatti principalmente un medico, che ha avuto però il coraggio e la capacità di abbandonare la più semplice strada della cura dell’effetto finale per risalire alle vere cause, spesso legate a scompensi energetici ed emotivi.
E se fino ad oggi si è solo parlato di QI, ovvero di quoziente intellettivo, ecco invece che compare un quoziente ben più importante: il QE, quello emotivo.
Ciò che colpisce immediatamente di Roy è l’assoluta spontaneità e gentilezza, non solo nei nostri confronti, ma con chiunque si avvicini per un consiglio, una foto, un saluto. “La dote dei grandi”, suggerisce giustamente Damiano, il nostro fotografo.
Siamo felici di poter intervistare uno dei più grandi esperti al mondo, in termini di benessere psico-fisico e la prima domanda non può che essere legata allo stress che spesso un professionista si trova ad accumulare per via dei ritmi sempre più frenetici a cui siamo sottoposti. Come si fa a scendere dalla “ruota del criceto” senza necessariamente compromettere il proprio lavoro o la propria carriera?
Roy risponde con un bel sorriso, di chi comprende bene il dilemma.
“Ci siamo convinti che la bontà del nostro lavoro dipenda esclusivamente dal “lavorare duro”, ovvero dalla quantità di tempo che dedichiamo alla nostra professione, sia fisicamente che mentalmente. Ovviamente questo a discapito di tutto il resto: smettendo in maniera progressiva di occuparmi di me, della mia famiglia, dei miei amici. Ma questo è un errore fatale. Perché così facendo riduco le potenzialità del mio corpo, per esempio ammalandomi, oppure quelle emotive, diventando più nervoso, irritabile, ansioso. Di conseguenza anche la qualità del mio lavoro scadrà, dovendo così compensare con altra “quantità”, fino ad arrivare a limiti insostenibili. A questo punto il corpo stesso si ribella, lanciandoci segnali inequivocabili che, se non ascoltati, posso trasformarsi in malattie e disturbi fisici.
(il seguito sul numero di Marzo di "Migliorare")